deriva 2

Dopo la deriva #2

Villefranche e un’ipotesi. [dimenticare Andrea, in ogni modo]

di Francesca Mazzucato

 “Fuori il cielo era elettrico, i marciapiedi arroventati, l’odore dell’asfalto disciolto si mescolava a  quello della terra bagnata, l’umidità delle strade contrastava con la vividezza del cielo, era uno stato intermedio, il temporale di un’estate, lo stravolgimento di una stagione.
Il tempo sembrava scorrere al contrario, con il passare delle ore la luce si faceva sempre più intensa… anche loro uscirono dall’albergo cambiati, non più sconosciuti, seppur con la consapevolezza di un limite, di non aver osato granché..”

Véronique Olmi. “La pioggia non spegne il desiderio”

 

Oggi, la pioggia è un bacio sbavato di un cielo d’autunno intenso, che non conosce esitazioni .

Interrompo la stesura del romanzo, ritardo un’intervista, interrompo la corrispondenza da spedire e rintraccio quel tuo sorriso che è stato motivo di conforto, di piacere, di compiacimento.

deriva 2
Claude Alexandre – Nu Bondage, c.1980.

Non ti penso spesso, non c’è stato lo spazio per questo. Giusto una possibilità.

Che tipo di ipotesi sei stata? Una seduzione da bordo campo, gridata prima e non plasmata poi.

Sono trascorsi anni di conoscenza insinuante e pervicace.

( conoscevi cose intimissime, come lascio e cosa lascio in una stanza d’albergo, quali tracce, quali impicci, conoscevi il mio modo di essere accondiscendente,  stanca, sfacciata, cortese, morbida e interessata oppure  trascurata e distratta)
Mi hai visto e parlato quando non vedevo niente  e in qualsiasi altrove mi sentivo fuori fuoco e fuori posto. ( slittavo, sgraziata sui contesti che sentivo chiudersi addosso)  Anche quando arrivavo lì dove sembra il paradiso e dove la costa diventa una Costa che merita una maiuscola e una lingua diversa, non provavo benessere o sollievo.

Sognavo sempre Zurigo, era  in Francia (anche se per pochi chilometri) e sognavo la Svizzera, sempre la Svizzera e solo la Svizzera,  avevo i sensi e le mani grondanti la pelle di Andrea, la sua bocca, i suoi baci.

Sono arrivata così, da te, qualche volta. E riuscivi   a farmi sentire bene, riuscivi  a trasmettermi agio anche se non emergevo del tutto dalla Limmat, dai grigi delle facciate,  dalle penombre di altri alberghi, di certo meno confortevoli e senza balconi su una baia così bella da mozzare il fiato, alberghi, quelli in cui una parte di me rimaneva, di cui dimenticavo la struttura, l’edificio, la reception, erano stanze adatte per penombre d’amore vorace, rifugi bianchi, senza segni particolari e senza storia.

Nella mia testa, quando arrivavo, e mi allungavi la chiave,  c’era sempre e solo quel pensiero, quella fisionomia, quell’amore, c’era quel nome, quel sogno di permanenza, il ricordo del dolore necessario ( l’impronta sul polso) le sue mani che mi stringevano talmente forte da voler morire in quella stretta, per non  farmi mutilare dalla perdita: Arrivavo così, smarrita, con me c’era   la sua ombra, quel desiderio cannibale, la rincorsa costante, la voglia di ripartire.

 “.. lei lo baciò di nuovo, prima un labbro poi l’altro, vicino alla fossetta, lungo il mento, lo baciò per trovare nel sapore della sua bocca la forza di spingersi oltre, ed entrambi pensavano ai loro sessi nascosti, quei baci erano un rinvio, una breve latenza..” V. Olmi

Philippe Bréson - #22, 2003.
Philippe Bréson – #22, 2003.

E tu?

Cos’era quel piacere di rivedersi, quel minuetto, quel sottintendere o quel rivelare,  a parte la magia catalizzante dell’intorno, quel sospeso e liquido modo di vivere nelle vicinanze di una qualsiasi frontiera?

Nessuna ipotesi o tutte, come  si conviene a ciò che spurio e senza patria o padri, vicino a tre frontiere, anche se solo immaginate.
Seduci. Ci sai fare. Sai maneggiare l’oltraggio di una bellezza che riesce a confondere.

Questione di un gioco vincente in partenza.
Sui selciati di un paese con un pugno di abitanti si vince così, alla prima mano.

Erano momenti luminosi, ho lasciato le tracce di questo piacere in un libro molto amato, e persino sul sito che detesti, dove si prenotano le case provvisorie, i ripari di una notte, quel sito che conforta gli erranti come me.
Spettacolare, quello che ho scritto.
Meritato.
( Anche se Klaus Mann preferiva il Welcome hotel)

Volevo venire con Andrea, raccontavo della baia, dell’anfiteatro e dell’atmosfera come qualcosa di mio, preziosissimo, come una rivelazione, mi succedeva spesso e mi succederà ancora, perché non lascio mai sfuggire i luoghi, anzi è ai  luoghi che va la mia devozione carnale, il resto sono occasioni,  passaggi, pensieri da cullare ( Andrea è stato altro, ma solo lui).  Gli dissi vieni, ci pensò,  non trovò l’invenzione, così mi disse, forse confuse il tedesco e l’italiano, voleva dire la scusa o la menzogna, tutti i sinonimi delle mistificazioni degli adulteri.
Se fossi venuta con lui mi sarei divertita, mi avevi sempre visto in altra compagnia, volevo giocare  alla spudoratezza con te, perché è un gioco che conosci e lo conosco anch’io, l’avevo immaginato e pregustato quel momento ( ma era un dettaglio, volevo che lui arrivasse a Nizza, che mi dicesse di aver prenotato il volo). Andrea non è venuto,  erano già i giorni della fine,  il resto è stato un dolore, un’assenza, un lento ritrovarmi a frammenti, il resto sono stati nuovi uomini senza fisionomia, quel destino seduttivo, materno e inevitabile a cui mi abbandonavo con poco impegno e nessuna convinzione.

mare
Paul Chabas – L’Algue / Seaweed, 1909.

E poi.  Dopo molti mesi ( da quanto, non ti vedevo?) quell’incontro breve, quel lieve alludere, quelle cortesie.

Abbiamo dischiuso un discorso più intimo del formale per uno spazio infimo di un tempo inesistente.

Mi piaceva poterlo fare, perché facevi parte di una geografia del “prima” e fatico spesso a pensare che un “prima “ sia mai veramente esistito.

Poteva aiutarmi.
Mi piaceva che, nel dopo, potessi somigliare alle perle che compro al mercato del paese dove abiti e dove io vengo un week end sì e l’altro anche, essendo vicinissimo e trovandolo magnifico anche nei momenti più cupi, anche quando piove, come oggi, e come nei tanti passati prossimi in cui sono venuta.  Ho in mente le tracce della mia scollatura, qualche tempesta di emozione, le perle, il parlare di libri  senza farlo davvero, di  Bretagna e di Svizzera.
Avevo dentro quel dolore inconfessabile della fine, qualche volta, quando speravo nella stanza col doppio balcone, quando immaginavo cose di dolce indecenza riuscivo a trarne una consolazione molto breve, quasi un lampo.
Questo mi sono domandata, che tipo di ipotesi.
Poi la domanda si è sciolta nelle mezze luci di questi giorni dalle sere lunghissime, dagli anticipi di buio.

La risposta non è necessaria, si perde nelle piogge improvvise, nelle nuove e vecchie prospettive, in una muta urgenza di ritrovare la baia, il panorama, la strada, la pelle chiarissima, le carezze di altri, la complicità del vento e l’onnipresenza di quell’ombra che volevo portare con me, e  che, in qualche forma, c’è stata. Almeno nel desiderio.

villefranche4


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