L’aria è frizzante stasera, aria da fine settembre, la strada, un pò ripida, scende verso il mare.
La ragazza ha un cappottino, leggero ma lungo, per contrastare l’aria che in quel punto soffia sempre vivace, è alta, snella, i capelli corti incorniciano un viso di quelli che si ricordano.
Il cane, pur costretto dal guinzaglio, è felice, felice di una strada che è piena di alberi, di lampioni, di macchine con le ruote deliziosamente olezzanti, di escrementi che decorano lo squallido marciapiede donandogli un piacevole profumo da mercato delle vacche.
Ogni tanto, ogni spesso, il cane tira un pò, provocando le rimostranze della padrona, rimostranze non sempre espresse in maniera finissima ma comunque adeguate alle circostanze.
L’aria si infila spesso fra le falde del cappotto e provoca alla ragazza qualche brivido, sotto ha solo una leggera camicia di seta, indossata sulla pelle nuda, e una corta minigonna di tessuto elastico che copre a malapena i ridottissimi slip neri.
I due, padrona e cane, scendono per la strada in uno slalom irregolare cui la ragazza si adatta per contentare l’incontentabile cane e si avvicinano ad uno slargo un pò appartato nel quale si trovano, fra gli alberi e le aiuole, numerose panchine, quasi un’anticamera per il giardinetto pubblico adiacente.
Ad un tratto il cane si slancia con un impeto particolare verso il giardinetto e subito dopo china la testa verso il terreno per rialzarla subito dopo mentre mastica ingordamente qualcosa.
La padrona si allarma, lo sgrida, gli dice “molla, dai sputa” ma il cane finge di non sentire.
Dopo pochi istanti, ingoiato il boccone con evidente soddisfazione, il cane riparte deciso trascinando letteralmente la padrona fra le panchine, nella parte più buia del piccolo spiazzo e subito china di nuovo la testa al suolo per riportarne un’altro boccone che ingoia con lo stesso piacere del primo, poi riparte e si caccia sotto una panchina dove, a giudicare dal rumore, trova un piccolo tesoro commestibile dal quale la ragazza, nonostante gli sforzi non riesce a smuoverlo…
Mentre la ragazza tira il guinzaglio, all’improvviso, percepisce una presenza dietro di lei, si gira di scatto, spaventata, vede una sagoma male illuminata dai lampioni, troppo lontani, una sagoma troppo, troppo vicina.
La ragazza apre la bocca per gridare, ma qualcosa la blocca, una mano l’ha afferrata per i capelli, dietro la nuca, un gesto mai vissuto ma familiare, un gesto che le ricorda qualcosa…
Una voce, familiare, le dice piano “ciao amore, sono io”.
Le ginocchia della ragazza si piegano involontariamente, lo spavento ha dato il via ad una tensione che si trasforma di colpo in un’altra, si bagna, di colpo, il calore fra le gambe diventa insopportabile in pochi istanti e sale verso il viso mentre il seno si tende…
Si trova fra le braccia di un uomo, un uomo che non vede, lo stringe e viene stretta mentre la sua bocca cerca l’altra bocca, impaziente, vorace, ha bisogno di quella bocca, le serve per vivere…
Una gamba si allarga un pò per alleviare la tensione fra le cosce, la bocca dell’uomo le sfugge, la mano dell’uomo le sta ancora tenendo la testa discosta, si sente baciare il collo, si sente sfiorare il viso da un altro viso, sente la bocca sfiorarla sul collo, sulla fronte, assaggiarle i lobi, una bocca che sente vogliosa come la sua ma trattenuta, sa che l’animale dovrà annusarla, assaggiarla, gustarla in superficie prima di affondare dentro di lei, gliel’ha raccontato tante volte, per mail, per
sms, parole scritte che ogni volta le hanno provocato turbamento, eccitazione, le hanno stimolato una voglia di quelle da stringere le gambe, da correre al bagno…
Si arrende, rinuncia per il momento alle labbra che capisce non raggiungerà e si butta, famelica, sul collo, sul viso, gusta finalmente quel corpo che desidera da mesi, quel corpo mai visto e così familiare.
Il guinzaglio, ancora in mano, la impaccia, lo butta come un lazo sul montante della panchina dove rimane agganciato, abilità sconosciuta e probabilmente sviluppata dalla necessità, dall’urgenza che sente in mezzo alle gambe.
Adesso ha entrambe le mani libere e si aggrappa al corpo dell’uomo, sente che sotto di lei c’è un precipizio, che l’unico scampo, l’unica possibilità di vita è in quel corpo, che deve restare attaccata con tutta la sua forza, sente le gambe cedere, il corpo liquefarsi come cera bollente per aderire al corpo dell’uomo, per annullare le distanze…
Ti sento, sei caldissima nonostante l’aria fredda, sento il tuo profumo di donna, sto baciando e mordendo il tuo collo cercando di non affondare i denti, berrei il tuo sangue se potessi, in questo momento capisco i vampiri, capisco la bestialità della voglia, finalmente sei tra le mie braccia, ti ho vista una volta e desiderata da subito, mesi di mail, sms, di parole scritte, sempre più calde, io a lasciarmi andare e tu sempre trattenuta, attenta, forse timida, ma adesso sei mia, sei tra le mie braccia, fatico a trattenere la voglia di baciarti ma prima avevo bisogno di sentirti, di sentire il tuo
profumo, adesso posso, posso finalmente assaggiare la tua bocca.
Avvivino le mie labbra allo spazio fra la tua bocca e il naso, respiro, finalmente, il tuo respiro, ti regalo il mio, le mie labbra si trovano quasi a contatto con la tua pelle, sento la lieve peluria sollevata dall’eccitazione che mi solletica, ci gioco, solleticandoti a mia volta, giro intorno alle tue labbra con le mie, la tua bocca è semiaperta e il tuo alito mi stimola. Bacio leggermente il tuo labbro inferiore, poi quello superiore, sono roventi, bagno le mie labbra con la lingua e le appoggio alle tue in un casto bacio che dura solo un attimo perchè la tua lingua è già dentro la mia bocca e la mia risponde, per qualche minuto viviamo entrambi solamente dentro le nostre bocche dove si svolge una muta battaglia da cui entrambi usciamo trionfanti… poi ritorno alla superficie e le mie mani vogliono la loro parte.
Fino ad ora ti hanno abbracciato ed accarezzato sopra il cappottino ma lo slaccio febbrilmente e ne apro le falde, fra le quali entro come in un tempio, un tempio pagano, un tempio nel quale rullano i tamburi mentre i selvaggi danzano, un tempio nel quale si fanno sacrifici umani.
Adesso sento il tuo corpo contro il mio, la camicetta è sottile, sento i tuoi seni, i capezzoli eretti che mi spingono, il tuo bacino, non so come, si è plasmato sul mio, il contatto è totale, le mie mani scivolano sui tuoi fianchi, che meraviglia i tuoi fianchi, arrivano sulla tua schiena e ne studiano la forma, è ancora più bella di come la immaginavo, salgono fino alle tue spalle e poi, inevitabilmente, scendono, di nuovo apprezzano i fianchi, li percorrono, scendono ancora e si commuovono alla belezza, alla perfezione delle tue natiche, sode, muscolose, ma morbide, irresistibili… mi perdo in
quelle natiche mentre le nostre lingue, ancora, non riescono a scollarsi.
Sono eccitatissimo e tu lo senti, ti strofini contro di me, mi vuoi, mi accarezzi la schiena e mi stringi, le tue mani ricambiano la stretta sui glutei e le nostre braccia quasi litigano per contendersi il passaggio….
cedo io, ho un’altra meta adesso, le mie mani salgono e ne approfittano per ripassare la schiena, arrivano alle spalle e le afferrano da dietro, le punte delle dita che toccano la base del collo, poi passano sotto le ascelle e si appoggiano, speculari, al lato dei seni, il pollice di ciascuna scivola sotto il rispettivo seno e stringo leggermente, soppeso, apprezzo la forma e la compattezza. Mi stacco per un attimo e ti sbottono la camicetta, ho fretta, dopo tre bottoni non ce la faccio più e torno in posizione, ti accarezzo ancora un pò i seni sul fianco, poi, facendo perno sul pollice, la mano ruota e le dita di ciascuna mano ti sfiorano i capezzoli…grandi, durissimi, ruvidi ma setosi, stupendi, sento il tuo respiro che si mozza per un attimo quando li sfioro, sento il tuo corpo che si contrae mentre apprezzi la leggera carezza, poi sollevo i pollici e afferro i capezzoli fra due dita, li faccio ruotare, sempre in sincronia per non fare torto a nessuno…
con i pollici passo davanti e mentre stringo il capezzolo fra le nocche dell’indice e del medio di ciascuna mano comincio a massaggiarli con il polpastrello, ti sento vibrare… sento che il tuo corpo si stacca leggermente dal mio e comincio già a sentire un pò di nostalgia, ma la tua mano destra si stacca dal gluteo su cui era appostata in infaticabile ronda, scivola sul mio fianco, indugia un attimo sulla coscia e poi si butta decisa, mi afferra il pene attraverso i pantaloni leggeri e lo stringe, forte…
smetti di respirare per un tempo che mi sembra lunghissimo e poi lasci andare l’aria con un sospiro che, se possibile, mi eccita ancora di più.
Diversifico il mio impegno e, mentre la mano sinistra continua a strapazzare il tuo seno, la destra ritorna al gluteo già esplorato, lo massaggia e lo soppesa… poi scende un poco sulla coscia e trova il bordo della gonna, sfiora la gamba, sente la pelle, la tua pelle, aggricciata, caldissima, il pollice scivola sotto il bordo e comincia a farsi spazio verso l’alto, le altre dita lo seguono felici, afferro il tuo gluteo, nudo, irresistibile, altro che la seta, questa è vita pura, calda, natura, capisco che non posso più aspettare molto, la voglia comincia ad essere dolorosa, il mio pene sembra di marmo e la tensione è insopportabile…
Adesso non capisco più qual è la mia lingua e quale la tua, siamo aggrovigliati, le nostre bocche sono un tutt’uno, come i nostri corpi…
La mia mano destra solleva del tutto la gonna, ti accarezza la natica scendendo verso il basso, studia per un poco il solco, dal basso verso l’alto e ritorno, poi gira intorno alla tua gamba, verso l’interno delle cosce.
La tua gamba è bagnata, salgo fino alle mutandine e le sento zuppe, faccio una carezza leggera al tuo dolce tesoro poi appoggio la mano aperta e ti strofino un pochino lì dove sei di fuoco, tu mugoli, apprezzi ma vuoi di più, hai fretta, urgenza di avere qualcos’altro…
La mia mano scende, scivola sui tuoi umori, mi piego un pochino e arriva al ginocchio, sei bagnata fino a lì, ti afferro la gamba da dietro, nell’incavo del ginocchio, e la tiro su, ti appoggio il piede sulla panchina, tu mi lasci fare, fiduciosa… o forse incapace di reagire…
La mia mano risale lungo la tua stupenda coscia, arriva di nuovo alle mutandine passando intorno alla gamba e le scosta, sento le mie dita affondare dentro le tue sabbie mobili, lava ribollente nella mia mano, ti sento smaniare… ti tocco, piano, vorrei leccartela ma so che adesso non è il momento, adesso hai bisogno d’altro, di quello che stai stringendo nella mano, di quello che sembra mi vuoi strappare…
Stacchi l’altra mano dal mio corpo e in un attimo mi hai slacciato la cintura, mi hai aperto i pantaloni, me l’hai tirato fuori… me lo stai succhiando selvaggiamente prima ancora che io me ne renda conto, assaporo la cosa per qualche momento ma ho anche io un’urgenza, ti prendo per i capelli e ti strappo, letteralmente, la bocca dal mio cazzo, ti tiro su, ricomincio a baciarti e ti rimetto la gamba al suo posto, sulla panchina, ti scosto le mutandine e ti entro dentro, violentemente ma senza sforzo, sei pronta, prontissima, calda e fradicia, non sei mai stata così pronta…
Ti scappa un gemito, in contemporanea al mio, restiamo un attimo immobili per permettere al cuore di ricominciare a battere poi comincio a muovermi, tu in quella posizione sei bloccata ma non ti lamenti, sembra che soffri ma solo per il piacere che senti, per il sollievo di avere finalmente ciò di cui avevi bisogno, per la necessità di averne ancora, per il bisogno di finire in fretta…
Il cane ci guarda, io salgo e scendo dentro di te, tu stai gemendo, mi dici “ancora”, mi dici “ti prego”, mi stringi, sembra che la tua bocca sia diventata enorme, che mi stia inghiottendo, mentre la tua lingua si è moltiplicata, ormai posso solo difendermi dal suo attacco…
Ho bisogno di penetrarti più a fondo, ti metto le mani sotto i glutei e ti tiro su, tu mi assecondi e allacci le tue gambe intorno alle mie, adesso ti posso entrare dentro meglio, la furia mi sta prendendo e ad ogni colpo sento la testa che mi ronza più forte, sento che stai godendo ma non so più cosa stai dicendo, sento che non riesci a trattenere dei gridolini, cerchi di soffocarli ma senza successo, mi rendo conto che anche tu hai perso il controllo…
Senza mollarti, e soprattutto senza uscire da te, mi abbasso e ti siedo sulla panchina, piago le ginocchia e continuo a penetrarti, forte e veloce, ogni colpo arrestato solo dallo sbattere rumoroso dei corpi, rovesci la testa indietro, seduta in quella posa scomposta, le gambe allargate, larghissime…. E ti sento godere, me lo dici, lo sento, sento che dentro ti contrai, mi stringi, vedo le tue mani che si contraggono sul bordo della panchina, mi rendo conto che stai piangendo, stai godendo e stai piangendo, pronunci il mio nome, di nuovo, di nuovo, alla fine lo gridi, ti contrai, ti lasci andare e quasi cadi, ti sostengo, ti bacio.
Ti bacio ancora, sei ansimante, ti riprendi piano e smetti di piangere, rispondi ai miei baci, dolcemente, poi mi muovo dentro di te, sussulti, smetti di baciarmi, mi muovo ancora, sussulti e sospiri, adesso sei sensibilissima, gioco dentro di te mentre i tuoi baci ritornano voraci, smetti di baciarmi solo per gemere o sussultare, ma riprendi ogni volta, ogni volta con più ardore.
La tua schiena è appoggiata sullo schienale della panchina, il tuo bacino è spostato in avanti, il mio dolce inferno sporge dalla panchina e lo posso tormentare mentre mi tormenta.
Metto le mie mani dietro la tua testa perché mi sembra che la panchina ti faccia male, ti penetro a fondo, in quella posizione il mio pene ti penetra e spinge verso l’alto, scava alla ricerca del tuo punto g, le tue mutandine sono ormai uno straccio ma non credo ti importi, dall’espressione del tuo viso c’è una sola cosa che ti importa ora e la stringi tutta, gelosamente, fra le tue gambe, risentita quando tenta di allontanarsi..
Ti bacio e ti scavo fino a quando sento che di nuovo l’urgenza si sta impossessando di te, ti lascio arrivare alla soglia di un secondo orgasmo e mi fermo, ti bacio, esco.
Mi dici “no, ti prego, ancora” ma ti tiro su, di peso, ti giro e ti inginocchio sulla panchina, alzo quel poco di gonna, abbasso un pochino le mutandine e dopo un attimo sono di nuovo dentro di te.
Adesso puoi muoverti, e lo fai. Spingi contro il mio corpo mentre ti penetro, ci sincronizziamo e anche se ogni tanto sbagliamo qualche colpo è tutto piacere, ti sento, la tua vagina mi stringe strettissimo il pene, lo abbraccia, lo ingoia, lo risucchia, quasi fatico ad arretrare tanto mi trattiene, il piacere è intensissimo, so che stai per godere di nuovo e ho voglia di godere con te, mi sfreno, ti sbatto contro, ti sbatto dentro, ti sento ululare e grugnisco, sento che vieni, mi implori di venire con te, di sborrarti dentro, ma ho cambiato idea, ti lascio finire… aspetto che sei soddisfatta…
resti inginocchiata sulla panchina, ogni tanto vedo il tuo corpo che sussulta mentre frugo in una tasca, penso che forse il ferro ti sta facendo male alle gambe ma credo che puoi resistere, in questo momento la mia testa è altrove.
Trovo quello che cercavo e da un sacchetto di plastica estraggo una piccola confezione di burro, di quelli da mensa, la apro su un lato e comincio a strofinartela sull’ano, tu sussulti al contatto ma poi capisci… e gradisci.
Ti muovi un po’ mentre ti spalmo il burro, sento l’ano che si contrae di voglia mentre lo tocco, lo preparo bene poi spalmo un po’ di burro sulla mia asta, sul mio glande gonfio che ti appoggio all’ano…
Ti penetro dietro, sospiri, ti inarchi, e lasci che io ti lavori, ti penetro a fondo poi arretro e gioco un po’ con il glande che entra ed esce tormentando i tuoi muscoletti gemelli, i tuoi sfinteri che si contraggono e si allargano per lasciar passare l’elmo del mio guerriero poi spingo di nuovo a fondo, accelero, aumento la forza e accelero ancora, ti sento che mi stringi spasmodicamente, che non ti controlli, soffri e godi, mugoli e adesso mugolo anche io, ti sento godere e mi lascio andare, ti sborro dentro per un tempo che mi sembra infinito, godi, godo, godiamo…

Victor

Scritto da SAMUEL GULLIVER


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