di Stephen Roissy

Nell’ampia stanza sgombra che sapeva di aria fresca d’autunno, accanto al grande camino di pietra acceso, c’era Agnese, intenta a piegare delle lenzuola candide e a riporle in una grande cassapanca di legno.  Agnese…. la “sua” Gnesa, come tutti la chiamavano al castello.  Clotilde restò qualche istante immobile ad osservarla.  Poi le si avvicinò silenziosa, da dietro, come un gatto, pesanti passi muti, nelle pantofole di pezza ricamate, sul pavimento di pietra.  La abbracciò alle spalle con un profondo e  lungo sospiro:  “Gnesa… Gnesa…..”.  Avvertì il profumo dei suoi capelli sciolti, lunghi e color del mogano, appena mossi in morbide onde.  “Gnesa….. Gnesa……”. L’odore della sua pelle…. come la rassicurava, come la riscaldava quell’odore… il “suo” odore.  Le aveva sempre fatto quell’effetto, sin da quando, bambine, a volte, nelle notti buie e fredde, quando fuori la pioggia cadeva incessante e gelida, penetrando fin dentro le ossa al solo sentirla, come nell’alto Friuli sa fare, veniva loro permesso di dormire assieme, nel letto della piccola padrona.  Allora si stringevano l’una all’altra per scaldarsi e, respirandosi, si guardavano parlandosi con il pensiero e, col pensiero, si promettevano amicizia e fedeltà per tutta la vita, fin che il sonno non prendeva il sopravvento e allora, sicure, si abbandonavano.  Ora, in quell’abbraccio, la giovane Clotilde cercava  lo stesso calore.

Agnese lasciò subito le sue occupazioni.  Si girò lentamente su sé stessa, fin che il suo viso non fu di fronte al volto della giovane.  Agnese, più grande di un solo anno della contessina, era una giovane donna bruna, con la pelle color del bronzo.  Con una dolcezza del tutto naturale prese fra le mani il viso della padrona scostando, con un deciso movimento di mamma, i capelli  d’oro puro, lisci e morbidi come la seta.  “La mia signora è triste…?”, le chiese.  Quella voce…. la più calda, la più morbida…. la più rassicurante.  Clotilde affondo per un istante i suoi occhi nei profondi occhi neri di lei.  Si sentì riempire gli occhi di lacrime, chinò il capo.  “No, no….. la mia piccola….  la tua Agnese è qui con te.” le sentì dire.  Sì….. la “sua” Agnese.  La sua compagna, la sua amica….. sua sorella….. era l’unica persona al mondo a cui Clotilde si sentisse veramente e profondamente legata.  L’unica che sapeva – che aveva sempre  saputo, fin da quando lei ne avesse memoria  – ascoltarla, capirla.  L’unica, lei lo sentiva dentro di sé, ne era sicura, ad amarla sinceramente, quasi con….. purezza.  Più di tutte le mille persone che le si muovevano intorno, veloci come falene, nelle lunghe giornate fredde al castello.  Più della sua stessa madre, che pure aveva saputo crescerla, sola, facendo per lei e per i suoi fratelli da madre e da padre, dopo la prematura morte di suo padre.  Sua madre che le aveva sempre dato tutto l’affetto di cui aveva bisogno, insieme al resto, e che, al momento giusto, aveva saputo tramare e ordire…. e darla al miglior uomo sulla terra, il buono e generoso e nobile conte Sigismondo di Pradumbli, suo signore e consorte.  Il quale l’aveva accolta, bambina, nella sua casa, e la riempiva di attenzioni e di regali, ogni volta che tornava.  Sempre più raramente, ormai.  E chissà se lo avrebbe più rivisto, adesso, dopo quanto accaduto…. dopo il….. – le ripugnava persino il pensare di pronunciare quelle parole….. – dopo il “crudele giovedì grasso”, come tutti lo chiamavano.  Maledetto giorno!  Maledetta quella guerra fra “zamberlani” e “strumieri”. Maledetto anno, quel 1511.

Risollevò un poco il capo e rimise, rassicurata, gli occhi negli occhi di lei, accennando a uno svogliato sorriso.  “Così va meglio….. vuoi del vino, mia signora?”  Annuì leggera.  Agnese si scostò da lei solo quel tanto che le consentisse di raggiungere il tavolino intarsiato, sul quale erano poggiati una brocca e dei bicchieri di vetro opaco.  Versò il vino, lentamente, con movimenti morbidi.  Il vino, alla luce del fuoco che innondava la stanza, aveva il colore dell’ambra…. Clotilde, asciugandosi gli occhi col palmo della mano, notò che si stava facendo buio fuori.  Ormai le giornate si andavano accorciando e presto la neve avrebbe imbiancato le torri e il cortile, lasciando in lei un senso di malinconia e solitudine.

Agnese le si rifece vicina, tanto che poteva sentire il calore del suo ventre sul suo, i seni turgidi di lei pungere i suoi.  Le avvicinò la coppa alle labbra, inclinandola lievemente.  Clotilde bevve un sorso, poi  prese le coppa fra le mani, stringendo le mani di lei, e sospingendola verso le sue labbra.  Anche Agnese bevve un sorso, e rispinse la coppa verso le labbra di Clotilde.  “No…..” sussurrò la giovane “…voglio bere dalla tua bocca…”.  Agnese sorrise.  Bevve un sorso e poggiò le labbra sulle sue.  Lei apri leggermente la bocca e Agnese vi fece scivolare il vino, che in parte sgorgò a rivoli sulle guance e giù, sul collo, fino al seno.  Si baciarono a lungo, appassionate, dolcissime, lasciando  le lingue entrare l’una nell’altra, agitarsi vorticose.  La piccola Clotilde, eccitata, si sentì succhiare avidamente, mentre si abbandonava fra le braccia della sua Agnese.  Il vino, la saliva, a bagnare i volti.  I due corpi sempre più uniti l’uno contro l’altro, quasi a volersi fondere in una cosa unica.

Sentì le mani della donna slacciare le stringhe del vestito sulle sue spalle… e in un attimo la veste cadde, pesante, ai sui piedi, lasciandola nuda allo sguardo di lei.  Avvertì il calore del fuoco sulle cosce, sui glutei…. ora percepiva una sensazione di pace, di libertà.   Agnese la sospinse, a piccoli passi, verso il letto, e lei vi si abbandonò cadendo, con un profondo, lungo sospiro.  Ancora la bocca di lei sulla sua “Va meglio, ora, mia signora…?”  Annuì sorridendo.  Agnese si sollevò da lei e, lentamente, con una grazia che non ricordò di aver mai provato prima, prese a sfilarle le lunghe calze di cotone bianco, prima una…. poi l’altra, accarezzandola lievemente.

Le parve di percepire che la donna volesse farla girare sul letto, e assecondò inerme il movimento, fino a trovarsi prona sul letto, abbracciata ad un cuscino profumato.  Le mani di Agnese, le sue carezze….. non era nuova ai gesti d’affetto della sua amica e amante….. eppure ogni volta lei riusciva a sorprenderla, ad emozionarla.  Pensò che ora non avrebbe potuto desiderare altro che le mani di lei sul suo corpo nudo.

Avvertì la donna sollevarle una gamba tenendola per una caviglia;  la sentì prendere il suo piede fra le mani, tenerlo fra le mani come una fragile coppa.  E sentì le labbra di Agnese poggiarsi, morbide, sulla pianta del suo piede.  Il cuore le sobbalzò nel petto, lo sentì battere all’impazzata.  La donna le morse leggera il tallone, poi, in un attimo di un’intensità indimenticabile, Clotilde sentì la lingua di lei, morbidissima, calda, muoversi sulla pianta del suo piede, leccandola…. dolcissima.  Percepì la lingua insinuarsi nell’incavo sotto le dita, e fra dito e dito….. la sentì succhiare, e percepì, eccitatissima, il senso di bagnato della saliva di lei sulla sua pelle.   Sentì un brivido fortissimo alla base della spina dorsale, e un tuffo al ventre.  Si sentì il sesso fremere e bagnare, mentre mordeva, mugolando, il cuscino.  Quel momento fu eterno, infinito.  Tutto si svolgeva con una lentezza esasperante, mentre la piccola Clotilde sentiva sempre più intenso il desiderio pervadere ogni fibra del suo corpo.  I capezzoli, durissimi, spingere sulla coperta di lana grossa, il sesso gonfio e aperto, innondarsi di piacere  e di voglia.  Agnese salì con le mani lungo le sue gambe, accarezzandola, e sembrò invitarla, tenendola per i fianchi, a mettersi in ginocchio.  Assecondò quel movimento, alzando il bacino e poggiandosi sulle ginocchia, mentre i seni e il volto rimanevano attaccati al cuscino.  Sentì le mani della donna aprirla dietro, leggera e dolce, e la sua lingua muoversi e insinuarsi nel punto più sensibile e delicato del suo corpo.  I suoi sospiri divenivano, istante dopo istante, più forti, mentre il piacere ormai incontenibile, bagnandola, le scivolava lungo le cosce.  Sentì le dita di lei entrare nel suo corpo, muoversi veloci.  Urlò, nel momento stesso in cui l’orgasmo la travolgeva, togliendole il respiro e la capacità di controllare i suoi stessi pensieri, facendole pulsare il ventre, e contrarre forte e, ad ogni contrazione, sentire ancor più forte il tocco di lei e più devastante il piacere.  Urlò una, due…. cento volte….. in un orgasmo che le sembrò interminabile, mentre lei non si fermava, non le dava tregua.  Alla fine, dopo una scossa più forte, un piacere che le sembrò far male, crollò distesa sul letto, e la donna fermò le sue carezze.

Agnese le si fece subito sopra, la giro e la baciò con una tenerezza che le parve infinita, tenendo la sua testa fra le mani.  Le accarezzo a lungo il petto, la baciò, e la baciò ancora.  Infine si scostò leggermente da lei, la guardò con un sorriso di complice e profonda comprensione.  “Ora la mia signora sta meglio, mia piccola Clo….?” le disse.  “Solo tu sai come farmi star bene… solo tu mi comprendi” le disse, guardandola e scoprendo che anche Agnese era nuda.  Si chiese quando si fosse tolta la veste e, rendendosi conto di non essersene accorta, le venne da ridere.

Spinse dolcemente Agnese su una spalla, tentando di farla stendere.  Agnese le sorrise, fece di no col capo.  “Voglio che anche tu stia bene, lasciami fare….”.  “No mia signora….. io sto bene se stai bene tu.  Il mio piacere è nel vederti godere, piccola Clo….”.  Gli occhi di Clotilde si riempirono ancora di lacrime, ma ora di gioia…. Cosa poteva essere questo sentimento che le legava, se non il più sincero, il più intenso amore che due esseri umani avessero mai provato…?

Agnese non smise di accarezzare il suo corpo, mentre lei, voltando appena il capo, guardo la finestra e vide che fuori era ormai buio.

Qualcuno bussò alla porta.  Agnese si alzò dal letto e si rivestì velocemente.  Entrò una domestica…. una delle tante del castello.  “Una missiva per Voi, mia signora.  La recò un cavaliere poc’anzi.”  Clotilde si copri con un rapido gesto della mano e prese la pergamena dalle mani della domestica senza alzarsi dal letto. Aprì la missiva, mentre la donna lasciava la stanza.

…..presero il castello di Zoppola brusandolo e deturpandolo dalla zima al fondo e in mezzo alla corte trasseno nuda madonna Beatrice de Freschi de Cucagna, con madonna Susanna decrepita sua madre, ed Madonna Lunarda Tana, vedova Alvise di Consorti, usando contro de loro mille rusticità et scherni…..

Guardò Agnese, impallidendo……

“…..donde habiandoli posti in fuga como castroni spaventati dal lupo, sarebbero stati tutti sterminati, se non fosse intervenuto il provveditore pordenonese, lamentando che alla Signoria Vostra non sarebbe piaciuto si facessero ragione da sé…..”

 Chinò il capo.  Agnese si avvicinò e le accarezzò il volto.


Share:

Desiderosamente

Leave a Comment

ATTENZIONE: Contenuti per Aduti!
Desiderosamente.it NON contiene pornografia, ma per i temi trattati devi comunque essere MAGGIORENNE per entrare! Scegliendo ENTRA, dichiari di avere più di 18 anni!