Luisa

#ScrittiDaVoi
Racconto inviato da ODRA
La stanza profumava ancora di sesso… i nostri corpi erano lì, come abbandonati sul letto, spossati da quel pomeriggio di piacere, di appartenenza della mente e dei corpi. L’incontro Luisa era sempre così, intenso e travolgente, e lei sapeva tirare fuori da me l’intensità dell’attimo che sembrava dilatato a dismisura.
Non schiava, non cagna, non slave, non sub… Luisa era semplicemente la mia geisha. Il suo Signore, non il Padrone, non il Master, ma semplicemente il suo Signore e il modo come lo pronunciava era carico di una sensualità senza confine. Il suo Signore: la devozione che non avevo mai riscontrato così forte in nessuna, l’attaccamento a me, il rispetto, l’obbedienza. Pronta al mio desiderio, come se il mio piacere fosse irrinunciabile. Geisha, per il piacere di esserlo, per il piacere esclusivo del suo Signore.
Luisa era una di quelle persone che ti entrano nell’anima che si trasformano nel tuo sangue, con le quali non esiste bugia, negazione, silenzio, falsità…era la presenza, costante continua di essere del suo Signore e di esserlo totalmente. Un corpo che era l’esaltazione del desiderio, i seni morbidi come se fossero stati fatti per essere donati, i suoi capezzoli grandi e sensuali che sembravano ergersi come monumenti del piacere… te li ritrovavi tra le labbra e ti scoprivi goloso di essi, quasi come se fosse cibo a lungo desiderato. Gli occhi erano di una dolcezza esasperante, puliti senza l’ombra del dubbio con l’incapacità di saper mentire. Mi piaceva il suo modo di vestire come se l’eleganza fosse una naturalezza per lei con i capelli corti fino al collo di quel castano scuro che sembravano unirsi in maniera perfetta al colore degli occhi. Le labbra erano carnose, perfetto giocattolo di piacere, oltre che preziosa cornice delle parole che sapeva donarmi. La conoscenza era nata da argomenti diversi che nulla avevano a che vedere con l’SM. La conversazione con lei era sempre piacevole, mai noiosa, donna molto intelligente che la rendeva attraente più della sua bellezza naturale.
Il suo corpo era abbandonato accanto al mio… la sua testa era sul petto del suo Signore; Luisa si addormentava così, ascoltando il battito del cuore del suo Signore, ascoltandolo battere forte per l’eccitazione gustata fino a rallentarsi nel riposo dell’orgasmo. Era come una nenia quell’ascoltare, era come entrare dentro al suo Signore e viverselo completamente. La guardavo dormire. Il corpo che profumava ancora del suo piacere, la pelle candida che sembrava riflettere perennemente la luna. Pensavo a lei, al suo modo di donarsi… a quell’aspettare le mie parole. Luisa era una sorpresa continua per come sapeva essere donna e geisha. Ricordo ancora quel pomeriggio che mi aveva detto: Puniscimi mio Signore, puniscimi per non aver saputo aspettare il mio concederle il piacere. Aveva goduto mentre l’accarezzavo, mentre le stavo dando un piacere che non poteva essere trattenuto… non aveva saputo aspettare i miei occhi, diceva, che le davano la concessioni di poter prendersi il piacere. Il Piacere. Il suo piacere era il mio piacere e mi apparteneva come mi apparteneva tutta se stessa. Quel godere urlando il suo piacere, gridandolo come se fosse l’estasi… era arrivato senza che lei avesse letto nei miei occhi lo stesso piacere… se ne lamentava, fino a diventare quasi rammarico e tristezza, come se avesse fatto un torto al suo Signore, come se avesse mancato di rispetto, come se il suo Signore non ne avesse potuto godere appieno di quel piacere che le era sfuggito. Luisa era così, Luisa era tutto questo, mille sfumature che potrebbe essere difficile poter spiegare se mai vissute o appena sfiorate.
Adorabile, unica creatura.
Un pomeriggio intero di piacere che non si saprà mai se dato o ricevuto perché con lei era così… non potevi ami sapere dove iniziava il tuo e dove finiva il suo, come se le anime fossero intrecciate come rovi.
Mi alzai per fumarmi una sigaretta… mi scostai piano dal suo corpo. Dormiva come una bambina, come se ancora tenesse stretto il suo orsacchiotto, il suo pupazzo preferito.
La valigia era ancora chiusa. Non avevamo nemmeno fatto in tempo a disfarla. Non aveva nemmeno messo piede in casa mia che eravamo già nudi a sentire i nostri corpi fremere. Un gesto di amore per la mia geisha, sistemare i suoi abiti nell’armadio. Una cosa mi colpì… le grucce che tengono le gonne. Non le avevo mai notate prima per come sono fatte. Le avete presenti? Sono due mollette che scorrono su un asse di plastica o di ferro e che si adattano alle varie taglie delle gonne femminili.
Le mollette sono rivestite all’interno di una morbida gomma che evita smagliature negli abiti. Stringono… e come se stringono… Togliere la gonna dalla gruccia e provare la consistenza delle mollette su una cosa unica…. Guardare il corpo di Luisa ed eccitarsi… fu la naturale conseguenza… Le grucce…. Strumento raffinato di piacere che la menta sa rendere perfetti. Fumai con calma la sigaretta, preparai il caffè… e sveglia Luisa. Era un gesto non certo da “Mio Signore” portarle il caffè, sicuramente avrebbe brontolato delusa da non aver chiesto a lei di alzarsi e prepararlo….. ma ne valeva la pena svegliarla…
Mi vide con le grucce vicino, posate accanto a me sul bordo del letto.
“non ci avevo mai pensato alle grucce…” dissi mentre sorseggiavamo il caffè.
Lei mi guardava incuriosita senza riuscire a comprendere quale piacere potessero nascondere le grucce. Lo scoprì subito mentre ancora aveva la tazza del caffè il mano.
Le mollette delle grucce strinsero i suoi capezzoli adorabili, grandi e scuri, ancora più belli per il piacere che li aveva attraversati. La forza di quelle molle è diversa da quello che altri strumenti possono dare. E’ l’esaltazione del dolore e del piacere. Lo vedevo negli Occhi di Luisa. Sentivo quanto stringessero, vedevo come i capezzoli erano schiacciati dalle grucce modellate a misura sui suoi seni.
Quello strumento usato come “appendi gonne” diventava bastardo nel saperlo usare…. Il gancio era rivolto in avanti…. Lo si può tirare per vedere come i due capezzoli si estendono, si dilatano, vengono succhiati, stretti, ti seguono nella tua volontà di donare e prendere piacere.
Era dominare il corpo, era sentirlo seguire la tua forza, il tuo desiderio. Tirarla per i capezzoli così, leggendo nei suoi occhi il piacere, la sensualità, il godimento, la voluttà, .
“Apri le gambe Luisa, così, seduta sull’angolo del letto, mostra al tuo Signore il piacere”.
Luisa obbediva docile, sapeva il piacere che mi dava, sapeva il piacere che provavo nel vedere come lo offriva a me, come lei lo riconosceva mio e non suo.
Il suo sesso era bagnato come mai lo avevo visto, era l’eccitazione che trasudava dal suo sesso, lasciarglielo accarezzare, godere con le dita che cercavano il suo clitoride, che si insinuavano dentro, portandosele alla bocca per scoprirne il sapore, quel piacere che sembrava essere unico. La gruccia che continuava a tirare, le mie mani che giocavano con essa, lasciando la presa sul gancio e per poi riprenderla di colpo, fino a sentire il suo sospiro soffocato, il suo piacere. Luisa ebbe il suo primo orgasmo così, gridandolo con tutta se stessa come se la gola bruciasse di quel godere sconfinato. Fu solo il primo di una serie di orgasmi che le regalarono l’estasi di quel pomeriggio. Il gioco mi affascinava e mi eccitava, quella gruccia aveva delle potenzialità incredibili sul corpo di Luisa e nella mia mente. Corpo e mente erano uniti da quelle grucce, da quel semplice oggetto che mille volte ci è passato nelle mani.
La mobilità lungo l’asse di plastica delle mollette aprivano giochi sempre diverse: una molletta sul suo capezzolo, l’atra che aggrappava il suo sesso nelle labbra…. A destra e a sinistra. Un piacere che Luisa non aveva mai conosciuto, che lo ripeteva, che lo sottolineava, come per ringraziare quello che le donava il suo Signore. Il suo sesso con quelle due grucce che partivano dai capezzoli era aperto in maniera spudorata e o vedevo contrarsi come se stesse divorando il piacere stesso. Il suo vibro, il suo vibro rosa iniziò a penetrarla piano, dolcemente, la vibrazione era lenta ed inesorabile, entrava ed usciva senza sosta mentre i suoi movimenti erano come bloccati da quelle due grucce, ogni respiro era sentire il morso delle mollette, era sentire come tiravano, come mordevano, come affondavano nella carne. Non so quante volte Luisa abbia goduto in quella posizione, due, tre, cinque volte…. Nessuno dei due può ricordarlo perché era un piacere che nessuno dei due aveva mai provato. Lei nel sentirlo sconvolgere il suo corpo, io a goderne vedendolo trasformare dagli orgasmi ripetuti. Luisa aveva imparato subito a sentire le grucce, a capire come potessero tirare ed era lei stessa a guidare il suo corpo, tirandolo indietro, arcuandolo, aprendo le braccia, inarcando la schiena… fino a distendersi completamente sul letto, fino a aprire ed alzare le sue braccia, ad inarcare la schiena, a sollevarsi sui gomiti per sentire come i capezzoli potessero esplodere di piacere, tirati dalla forza e dalla presa delle grucce. Bondage e morso delle mollette insieme… nessuna corda che la tratteneva, solo quelle grucce maledettamente ed inesorabilmente votate a dare piacere. Luisa gridava di piacere, ripeteva il mio nome abbinandolo con quello che era il suo piacere, con quello che era l’attrazione di riconoscermi suo Signore, sconvolta dal piacere che io potevo darle. L’estasi del piacere, il perdere cognizione del tempo e del proprio stato. Non pensavo fosse possibile provare l’estasi per il piacere, entrare in una dimensione parallela ed imparare a leggerlo dal corpo, dagli occhi, dalla bocca, imparandolo a riconoscere dai lamenti, dai gemiti, dalle grida che sembravano quelle di un animale ferito, una sorta di lamento e di liberazione.
Luisa, la mia dolce e meravigliosa geisha, strumento di piacere che godeva attraverso ad un inimmaginabile strumento di piacere… quanto piacere mi hai dato quel pomeriggio che non potrò dimenticare… è vero la simbiosi tra geisha e Signore è la capacità di sentire il piacere che offri ed il piacere che si riceve. Io abitavo nel tuo sesso, lo sentivo mio, sentivo quelle labbra che si erano gonfiate nella stretta delle molle, sentivo il clitoride che godeva tra le mie labbra, amavo quei capezzoli schiacciati che gridavano di poter essere liberati e che supplicavano ancora.
Luisa, mi disse poi, aveva temuto quel pomeriggio di impazzire dal piacere, aveva temuto di aprire una porta che non sapeva dove l’avrebbe condotta, di non poter rinunciare a quell’estasi che le avevano provocato le grucce e la mia mente.
Le dissi senza vergogna che quell’estasi era ora, per sempre dentro di me, Signore felice e fortunato, di poter avere lei, unica ed indimenticabile donna e femmina.


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