Liquida

#ScrittiDaVoi
Racconto invaito da ODRA
Liquida. era l’aggettivo esatto. Liquida. Liquida nel corpo, liquida nella testa, liquida in quel barlume di anima che le sembrava di intravedere. Ma il meglio era sentirsi liquida nel ventre, averlo visto sciogliersi, godere, come lui le aveva detto.
Come era cominciato? Per gioco, per sfida, per curiosità? Non lo ricordava più. Sapeva solamente che quello che non credeva possibile era accaduto, quell’essere liquida lo viveva, lo sentiva lo gustava.
Aveva provato ciò che non credeva possibile, ciò che non poteva ammettere, ciò che lei chiamava “leggenda metropolitana”.
Ed eppure lui glielo aveva spiegato in maniera perfetta. Un orgasmo che ti succhia la testa e l’anima, che stravolge il corpo, che ti fa sentire essere nulla e la completezza dell’essere. Qualcuna dice che è come partorire, chi come svuotarsi, chi come andare in estasi e scomparire in mille rivoli…. liquida per l’appunto.
Ed ora stringeva forte quell’uomo come se fosse la sua speranza, la sua essenza, il suo essere guarita e salvata, la sua disperazione, il suo abbandono.
Quello che aveva provato era sparso in rivoli incolori sul letto, inzuppato di piacere, bagnato, goduto. Testimonianza incontrovertibile di orgasmi senza fine. Quanti? Non sapeva più nemmeno lei quanti, aveva smesso di contarli come lui le aveva ordinato. Sapeva solo che anche il cuscino era bagnato e non sapeva se lo fosse di lacrime, e non sapeva nemmeno se di gioia per averlo provato o di disperazione per non provarlo ancora.
Una sola volta lui le aveva detto, una unica volta e non accadrà più. Fino a quando io non dirò basta, fino a quando io non deciderò quando il tuo piacere finirà.
Pazza, era stata semplicemente pazza a sfidarlo, a dire accetto con il suo orgoglio di sfidare e sapere che non poteva accadere.
Si chiedeva chi fosse quell’uomo, come fosse possibile che sapere usare le sue mani per farla godere così tanto, per averla plasmata, trasformata, annullata.
Come riusciva a saperla toccare nel punti che la facevano semplicemente impazzire, gridare, mordere le sue labbra per non farlo così forte da farsi sentire nelle altre stanze.
Come riusciva a conoscere il suo coro nei minimi dettagli, come se fosse abile esploratore dotato di mappe che portano a scoprire il tesoro segreto.
Non era possibile immaginare che lei potesse lasciare andare il suo pacere così… gocce, la prima volta, rivoli poi, una sorgente alla fine.
Lui si cibava del suo liquido, del godere da femmina senza ritegno, senza vergogna.
Le aveva detto: è il dono, il dono meraviglioso che un uomo può donare ad una donna.
Lei, con noncuranza, si era ritrovata a glissare, scherzato, accentuato l’essere sorpresa. Un dono? Il dono di un uomo? e da quando un uomo concede doni così rari e preziosi ad una donna?
Ma aveva ragione, maledettamente ragione. Era un dono, era attenzione per il suo corpo, per capirne i desideri, i segreti, gli anfratti nascosti ed inesplorati. Era un dono, straordinario ed unico.
Lui raccoglieva il suo liquido, e lo spalmava sul suo corpo, glielo faceva assaggiare, leccare, gustare, annusare. Coperta del suo stesso liquido ora sapeva di muschio, di piacere, di femmina.
Mani che sapevano cercarla, volerla, trovarla. Il suo entrare dentro di lei, accorgersi come era eccitata, bagnata di umori e piacere. Lasciarlo entrare a frugare il suo corpo perchè lui avrebbe trovato il suo piacere.
Si muoveva lento, senza fretta, toccava, aspettava, si fermava, esplorava. Aperta, oscena davanti a lui, con gli occhi chiusi, senza poter vedere, senza poter capire. Sapeva come lui la teneva aperta, si immaginava aperta, davanti a lui, come se la potesse gustare per intero nella sua bellezza, nel suo essere femmina offerta.
Lo diceva a se stessa, non mi sta toccando il sesso, mi sta frugando nell’anima. E quella voce, forte, dolce, tenera, mai dura, puntuale nei tempi e nell’alternare parole e silenzi, che la guidava, la tranquillizzava, la spingeva, la esaltava, la spronava.
Ogni volta che la toccava nella parte alta del suo sesso era impazzire, era accorgersi che non aveva mai conosciuto quella parte di lei, mai sfiorata, mai cercata. Quell’uomo la stava assaggiando come si fa con un ottimo vino, annusava, guardava, lasciava decantare, riprendeva, gustava.
Le sue prime gocce di quel piacere impossibile, lui, le bevve così, dal suo stesso calice, mentre le tormentava il clitoride senza sosta con la lingua e mentre le sue dita sembravano scavarla. Lui saliva sul suo clitoride, lo cercava, lo circondava come per farlo prigioniero, lo colpiva piano, arrivava a morderlo, piano, con delicatezza. La stessa che diventava liquida, il corpo che si scioglieva.
Il piacere che arrivava la paura che fosse lo stimolo, banale e vergognoso, di fare la pipì. Il chiedersi come poteva essere ammissibile il godere e sentire la voglia di abbandonare tutto, i suoi liquidi, i suoi freni.
Lui si sollevò appena dal suo ventre, giusto il tempo per arrivare alla sua bocca e farle assaggiare il suo stesso piacere. Un bacio senza fine, lento come i movimenti che aveva usato, la lingua che la frugava come avevano fatto le sue dita fino a qualche istante prima.
Cosa voleva dirgli? Quante parole voleva dire e la lingua di lui invece l’azzittiva?
E lui continuò. Le disse solamente, con quella dolcezza che lei imparava a desiderare senza scampo: lo senti il tuo piacere? lo riconosci ora il tuo sapore? La sai riconoscere la tua follia?
Continuò senza sosta quel gioco del piacere senza fine. Le aveva detto: voglio solo il tuo piacere, non mi interessa il mio, voglio gustarmi solo il tuo, godermelo, viverlo, guardarlo scorrere come un rivolo, come un fiotto.
Ed il piacere iniziò a trasformarsi, a crescere, a diventare irrinunciabile a lasciare che lui la usasse, la scoprisse, la prendesse senza ritegno.
Nuda esposta inerme e con la consapevolezza che si stava offrendo a qual dono che lui le faceva.
La seconda volta fu come un fiotto. Improvviso, forte, inaspettato. Aveva lasciato andare tutto, senza fermare nulla. Il piacere lo aveva sentito partire dalla testa e percorrerla come una lama fino al ventre.
Un fiotto di piacere liquido, non poteva sapere quanto abbondante, ma lo sentiva scorrere fuori di lei, le sue contrazioni, sempre più forti, sempre più difficili da controllare. Non era lei che stava godendo, era lui che la faceva godere. In balia di quell’uomo sempre di più, emozioni che si fondevano che sembravano avvolgersi come filo spinato, come a desiderare la forza di quell’uomo al quale sie era arresa.
Il piacere improvviso e lui che non smetteva, un orgasmo che sembrava dilaniare il suo sesso… e il suo continuare. Non era possibile sentire di nuovo le contrazioni e sentire il piacere che arrivava.
Non era possibile, aveva goduto pochi istanti prima ed ora godeva di nuovo e quell’orgasmo era più forte, più violento.
Lo gridò che stava godendo e sentì il piacere in ogni sua sfumatura, grido senza ritegno che stava godendo.
Il fiotto e poi lo svuotarsi, sentire come se questa volta il ventre si rovesciasse per godere, con forza inaudita, che si fa strada, che si allarga, che diventa reale.
Lui le disse semplicemente: hai bagnato tutto il letto con il tuo piacere, lo hai schizzato come io lo volevo, come volevo vederlo uscire da te.
Lei era terra fertile che accoglie il seme, era creta che lui stava plasmando.
Che forma ha il piacere? Che forma può avere questo piacere che provo, si chiedeva. E godeva ancora, senza fermarsi, senza sapere da dove potesse uscire, da dove potesse arrivare quel bagnare senza fine il letto.
Un dono, è semplicemente un dono, un dono che l’uomo fa alla persona che adora.
Ora sapeva il valore del dono, sapeva come si era riconosciuta bendata ed esposta, nuda e vinta, folle e persa.
Un dono, meraviglioso dono che lei aveva gridato senza vergogna, libera, esausta, appagata.
Lui la strinse piano tra le braccia, liquida in quell’abbraccio. La raccolse in quelle gocce che lei era stata, la bacio sulla bocca senza smettere come a riempirla del suo respiro e alla fine, solo alla fine le disse. E il mio donarmi a te, il mio vivere per chi sa essere creta.
Io resterò, sussurrò in una sorta di delicato sorriso… se tu sei d’accordo!


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