Donata

#ScrittiDaVoi
Racconto Inviato da ODRA
Le mani appoggiate ai braccioli della poltrona, il viso reclinato leggermente in dietro come per respirare il profumo di quella passione che sapevo suscitare in lei. Dal bicchiere piccole gocce di succo di fragola cadevano sulle sue cosce e la mia lingua che andava a cercarle, sempre più vicine al suo sesso, fino a sentire il profumo che non avevo dimenticato….

Non la sentivo più da quasi un anno: tra noi c’era stato il piacere, forte, intenso come se la complicità fosse collante di mille fantasie. Un anno che non avevo più sue notizie. Le telefonate si erano diradate fino a diventare solo un ricordo, come lo era diventato lei.
La sua telefonata improvvisa, senza nessun preavviso del destino o del pensiero comune. Poche parole, il classico scambio di battute su come va la vita, cosa stai facendo, come te la passi. E poi l’affermazione diretta, il motivo vero della sua chiamata. Sono sola tre giorni, mi vieni a trovare? Con lei era stato un affiatamento sorprendente come se la mente intrecciasse lenta l’altra mente, come se si insinuasse piano come se si modellasse sull’altra. Mentre andavo da lei ripercorrevo quelle emozioni, quei ricordi che sembravano appartenere appena a ieri. Donata, nome che era tutto un programma e glielo ripetevo spesso quasi con sarcasmo, con gusto certamente di farlo notare, era una bella donna. Occhi da cerbiatto, dolci e profondi, un corpo che sembrava muoversi come in una coreografia studiata, i seni sodi e capricciosi con i capezzoli che sembravano ergersi di fronte al piacere come se fossero sentinelle del desiderio. Le avevo insegnato a rasare il suo sesso, con le sue labbra carnose che sembravano offrirsi in maniera perenne al piacere. Era un suo desiderio e come tutti i suoi desideri le serviva uno spunto per piegarsi ad essi, per viverli, per sfamarsi di quei pensieri che erano vivi dentro di lei. Ricordavo la prima volta che glielo avevo fatto fare, le sue gambe divaricate, seduta sul bidè, la schiuma leggera e il bilama da usare con attenzione…. Voleva offrirmela in quel modo, candida ed immacolata, piena del suo piacere. Momenti che rimbalzavano come una pallina di caucciù nel chiuso di una stanza. Andavo da lei e sapevo perché mi aveva invitato. Liberi di volere e di scegliere, come se non fosse passato un anno di silenzio…
Vuoi un succo di frutta alla fragola? La sua voce era sensuale e morbida come sempre, seduta sulla poltrona del salotto proprio di fronte a me, sprofondato sul divano come per gustarmi quel momento, quell’incontro che aveva il sapore di tanto tempo prima. Bella come sempre Donata. Aveva cambiato il taglio dei capelli, ora molto più corti…. Mi chiedevo se mi avesse pensato quando li aveva tagliati, se si ricordava come io la tenevo prigioniera per la chioma, come la trattenevo quando imboccava in mio sesso e voleva sentirselo fino in fondo alla gola. Aveva una gonna corta e nera non stretta con due sandali con i tacchi alti che slanciavano ancora di più la sua gamba. Un top bianco che sembrava risicato per contenere quei seni che sembravano voler schizzare fuori da un momento all’altro. Era vicina a me, troppo vicina per non sentire il suo desiderio e per trattenere il mio. Non aveva avuto storie dopo di me. Evitai di chiedere se fosse stata per mancanza di occasioni o per volontà… non avrebbe cambiato il senso delle sue parole. Suo marito sarebbe stato fuori tre giorni con il piccolo al mare nella casa dei nonni. Lei costretta in città per lavoro li avrebbe raggiunti nel fine settimana di quell’estate non ancora iniziata. Cosa doveva dirmi di più? Prendimi ora? Sono tua? Leggevo i suoi pensieri ed i suoi desideri. Era questo che l’affascinava di me, saperla anticipare sempre, prevenire i sui desideri, non suscitarli, ma fare in modo che lei si accorgesse che fossero vivi, reali, veri.
Apri le gambe Dony! Fammi vedere ciò che stai desiderando.
Non si faceva pregare Donata, non chiedeva perché, non domandava come, non si ritraeva al mio comando. Mi piaceva questo di lei: l’obbedienza al gioco, alla sensualità di quell’abbandono erotico che conducevamo insieme come se io fossi il regista e lei l’attrice da guidare.
Le gambe di Donata si aprivano piano, lente senza nessuna fretta come per lasciarmi assaporare il suo gesto…. Il mio sguardo la penetrava, la accarezzava nell’intimo, sapeva raccogliere piacere ed emozioni, le stesse che vibrano dentro di lei. Il suo respiro era più forte, più veloce e con un ritmo che io ben conoscevo. Mi guardava e scrutava il piacere nel mio sguardo, il compiacimento di quello che io trovavo in lei.
Mi avvicinai a lei, in ginocchio tra quelle gambe aperte. Sollevare la gonna per vedere nude le sue cosce abbronzate che sembravano ambrate. Accarezzarle piano, lasciando che le mani scorressero piano quasi a voler saggiare le loro condizioni, a controllare che tutto fosse come si era lasciato. Le mani appoggiate ai braccioli della poltrona, il viso reclinato leggermente in dietro come per respirare il profumo di quella passione che sapevo suscitare in lei. Dal bicchiere piccole gocce di succo di fragola cadevano sulle sue cosce e la mia lingua che andava a cercarle, sempre più vicine al suo sesso, fino a sentire il profumo che non avevo dimenticato….
Sfilare i suoi slip lentamente. Vederla costretta ad inarcare la schiena, fare forza sui tacchi dei suoi sandali per facilitare il passaggio dell’intimo, lasciandolo scivolare piano fino ad arrivare alle caviglie e lasciarli lì come trofeo, come un corridore che si ferma poco prima del traguardo, esausto, a riprendere fiato. Le sue gambe aperte, il sesso che sembrava un fiore sbocciato da poco e le gocce di fragola a scendere tra le sue pieghe, a bagnare il clitoride, a succhiare piano quel nettare di frutta e di donna. Donata conosceva il mio gioco e sapeva quello che le chiedevo…. L’immobilità di fronte al piacere, il lasciarsi guidare dalle mie parole e non dai suoi pensieri. Essere slave. Ci penso spesso a questa affermazione e mi chiedo se si ottenga con la frusta o con il dolore… o se sia solo la mente ad essere dominante a scatenare il gioco tra sub e dom, a piegare la volontà come se si rinunciasse alla propria volontà, come se si decidesse di affidare il corpo ed i pensieri ad altro con la fiducia di essere guidati, quasi usati in quel piacere che sarà comune. Essere slave, appartenenza, obbedienza, sudditanza….. è il gioco dell’affidarsi del riversarsi nelle mani dell’altro perché sappia costruire il piacere, superiore, migliore, diverso…. Donata era questo… era l’abbandono totale del suo corpo e del suo pensiero per il piacere. Sapeva che seguire la mia volontà era raggiungere il piacere come mai le era concesso e permesso. Era indagare nel labirinto della sua mente, era raccogliere le sue fantasie sparse ed accatastarle per farne un unico grande falò. E bruciava quel falò, consumando il piacere, gridandolo, urlandolo.
Donata sapeva: tutto per un fine, ogni azione perché abbia un suo fine, un suo valore, perché possa aggiungere qualcosa al piacere.
Il mio sesso nella sua bocca spinto con forza, gesti antichi che si rinnovavano, come a ripercorrere sentieri già noti ed eppure così nuovi, come se ogni volta si rinnovasse il piacere. Dilatare l’eccitazione ed aspettare che esploda, rinunciarvi come per prolungare il piacere…… I corpi sudati dall’eccitazione, emozionati, carichi di piacere ed inventare con lei un nuovo gioco. Bendare i suoi occhi…. Renderla priva della vista, lasciare che sia io a guidarla. No, non una semplice benda, non l’essere bendata ma il non poter vedere, senza che nessuno se ne possa accorgere…. Comprendi il gioco, Donata? Guidami….. fu la sua risposta. Davanti allo specchio a pettinarsi a mettere il rossetto sulle sue labbra… no, niente trucco per gli occhi…. Dove hai i cerotti? Piccoli non grandi…. Li metterò ai tuoi occhi perché tu non possa aprirli. Sopra terrai i tuoi occhiali scuri….
Sapevo quanto potesse eccitarla questo gioco… mai un perché, mai un come, mai per quale fine. Donata si muoveva seguendo la mia mano. La tenevo per mano, priva della vista. Ogni passo era un difficoltà, era un dover chiedere aiuto, sicurezza, fiducia. Niente intimo, Donata. Non ti serve. Davanti alla porta dell’ascensore. Giocare, emozionarla. Salutare una persona immaginaria. Non c’era nessuno ed eppure il dubbio in lei era la mancanza di sapere. E in ascensore accarezzarle piano il culo, senza dire una parola… Andiamo a fare la spesa, Donata. Una cosa banale, sciocca… fare la spesa.. tenerla attaccata al carrello e guidarla, senza possibilità di muoversi da sola, abbandonarla per un istante, restare in silenzio accanto a lei, come per darle il dubbio…. vivere nel dubbio ne dover sentire il minimo rumore, il mio profumo come guida…. Stai bene donata? E lei che rispondeva con il piacere nella gola… sto colando il mio piacere, me lo sento addosso, ho vergogna di sapere se sta colando sulle mie gambe, se possa essere reale la sensazione che provo….ed uscire senza sapere se c’è il sole o se il tempo è cambiato, senza sapere dove andare, cosa dover fare. Siamo camminando per andare alla fermata del pulman, Donata. Il capolinea dell’11. Ti farò salire sull’autobus e ti siederai, lasciando le tue gambe dischiuse. Non voglio un gesto evidente. Ma il piacere di essere osservate ed immaginare, per te e per gli altri.
Il pulman si fermò davanti a noi e piano piano salirono una decina di persone.
Donata trovò posto in cosa al bus dove ci sono cinque sedili uno accanto all’altra. Nel mezzo ed io accanto a lei.
Ora io scenderò. Questo è il tuo cellulare, ti chiamerò per sapere quello che provi, per sapere le tue sensazioni. Non dovrai parlare, risponderai solo con un si o con un no. Farai il giro completo dell’autobus ed io ti aspetterò al capolinea. Se ne hai necessità puoi togliere i cerotti… ma so che non lo farai.
Sono eccitata….. vorrei solo tenere le gambe strette per sentire le mie contrazioni…. Per sentire come sono bagnata.
Potrai farlo, ma solo per questo… il tuo compito è quello di tenere dischiuse le gambe. Le mani appoggiale così sopra alla gonna, il cellulare basta pigiare un tasto per rispondere. Questo è il biglietto per il controllore…..
Un bacio sulle sue labbra dopo aver aggiustato la posizione delle gambe e della gonna.
Non uscii dal bus
Ma mi accomodai lontano da lei nel posto vicino all’autista…. Ma questo donata non poteva saperlo e nemmeno immaginarlo. Quali erano i suoi pensieri? Le sue emozioni? Era immobile e ciondolava seguendo il movimento del bus. Ogni scossone era una perdita di controllo del suo corpo, immobile, sola, senza nessun riferimento, senza nemmeno sapere se quello fosse davvero il pulman che io le avevo detto… La chiamai una sola volta a metà percorso.
Tutto bene, mio Raggio di Luna?

Chiusi la telefonata per non darne la possibilità di capire che ero con lei e per non permetterle di sfogare l’eccitazione anche solo attraverso le parole…. L’azzardo…. L’andarle vicino, seduto accanto a lei…. Pelle che sfiorava pelle e lei immobile senza volgere la testa, senza interpretare la sua curiosità…. Donata sapeva che quell’uomo la guardava, che stava posando gli occhi su di lei…. Sentiva la stoffa dei suoi pantaloni sfiorare le sue cosce… allontanarsi per fuggirlo ed invece rinunciare, come se si volesse abbandoare al suo stesso destino.
Un viaggio senza fine, senza tempo, senza spazio, sola con la sua eccitazione che aumentava ad ogni istante.
Più tardi mentre eravamo nudi del letto mi raccontò di quelle emozioni selvagge, impossibili da tradurre in maniera appropriata perché non vi erano parole per descriverle tutte, di quel viaggio che le avevo fato fare, della follia e della spavalderia nell’averle accettate, volute, dell’obbedienza al gioco erotico e del volersi liberare. Di quel piacere che riempiva il suo sesso fino a farlo contrarre ritmicamente, fino a sentire la dolcezza dell’ordine imposto, del volerlo seguire, rincorrendo il suo piacere…


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