“Ti sento. Potrei essere cieca e impararti lo stesso. Mi scrivi sul corpo una storia di venerazione. Ti accolgo. Ti amo, ormai lo dico senza pudore, senza vergogna, mi adatto ma non è facile, non lo è per niente, ho poco tempo, lo sai, che questa paura mi strozza. Abbiamo tutti poco tempo e questa paura ci dovrebbe bastare. Per concederci di amare. Invece. C’è anche il lasciare. Ogni volta che arrivi mi invade il paradiso di quel noi parziale che possiamo concederci. Maturi, responsabili, noi viviamo questa parzialità dolente, questo tempo supplementare d’illusione, l’attimo dopo, dieci  ore dopo, quando si tratta di vederti andare mi svuoto, mi depuro di ogni altro motivo o ragione per vivere, fare, rimanere lucida..forse è una forma di follia quella che mi trasporta come se fossi un pupazzo di pezza che il vento fa roteare.

Lo svizzero Vivo per questa completezza, per questa nostra dimensione fra la fantasia di cigni e danze di Giacometti con Canetti che riposa accanto al grande irlandese, con quella Limmat dove mi guardo e mi chiedo chi sono, chi sono diventata, sono ancora io, sono morta, rinata? Posso davvero pensare di farcela? Darmi, “darti” il mio corpo, ripeterti che ti può appartenere, offrirtelo per ore in una stanza d’albergo e poi tornare alle mie occupazioni, alle usuali finzioni, tutto ok, normale, posso farlo. Quali alternative ho? Lo voglio, lo vogliamo..Ti incontro nuda di passato. La mia vecchia vita sepolta in un altrove che dimentico, che cessa di esistere: un interruttore, un click, rimuovo, so che deve avvenire consentendo questa vitalità della carne. Avviene, perché il mio torace e il mio ventre bruciano solo per il tocco delle tue mani. Smette di esistere tutto quello che è stato, tua..non posso permettermi un passato, un condizionamento, un rimorso contorto, un indugio, un tentennamento, non voglio, smetto di mangiare, mi annullo, ti appartengo. Se una minima traccia della donna che ero restasse viva, anche solo una scaglia attaccata alle mani…se il passato restasse presente e solido non potrei abbandonarmi a te come sto facendo….
Ci lasciavamo in momenti ibridi, che non erano né alba né tramonto. Dovevi rientrare, lo sapevo. Prendevo taxi dal sapore di abbandono o camminavo sui marciapiedi senza condono, quando mi lasciavi sola, non riuscivo a dormire, non potevo lavorare, non potevo esistere, dovevo abbandonarmi all’inerzia, al potente tormento che mi avevi inflitto andandotene, lasciandomi alla solitudine -rovina, senza la scelta:
“Resto”
“TI RIMANGO ACCANTO”
“RINNEGO IL CONTESTO”
“NON MI PRESTO ALLA FINZIONE”
PERCHÉ CHE ALTRO AVREMMO POTUTO VOLERE SENZA LASCIARCI VIOLENTARE DAL RISPETTOSO, DAL CONVENZIONALE?
PERCHÉ NON SARESTI TORNATO ( POCO TEMPO, TROPPO POCO, AL MATTINO, C’ERA IL MIO TRENO E IL NOSTRO NON BASTARCI, QUELLA VORACITÀ ESONDANTE, NON SI POTEVA)
Ti avrei rivisto chissà dove, chissà come, affidavo alla città la mia disperazione, la disumanità di quella separazione, la violenza della mutilazione ( e il sangue, quanto sangue, sempre righe ematiche, fra lo sperma e il sudore, il sangue dell’arto mancante, la fuoriuscita del braccio assente) . Non doveva avvenire. Non dovrebbe. Saremo tutti cenere, quando questo accade ( un “noi d’urgenza e d’improvviso”) bisogna raccogliere il fiore, tenerlo stretto e seguire quello che abbiamo sempre pensato o inventato come amore. Non si può discutere, mistificare, calpestare il fiore..tu te ne andavi. non restavi. Uscivo di notte e mi lasciavo coprire dall’aria scura, tutto era malinconico come la musica di un night in chiusura quando vuole congedare gli ultimi ritardatari accendendo la luce, accelerando il suono. O di Bruckner che mi avevi regalato. Era una solitudine fosca e zoppicante.”

Da “Lo Svizzero. Ispirato a una storia vera” Giraldi, 2011

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