PRESENTE
Oggi ( appunti di un giovedì mattina di maggio da un paese in bilico)

Ho ripreso ad ascoltare la canzone di Vecchioni, Chiamami Ancora Amore, oggi.  Quella per cui gioimmo insieme, anche se lontani, quando vinse Sanremo.

Aveva un significato. Per l’Italia di allora, e per noi, nelle sue parole.
Sono riuscita ad ascoltarla pochissime volte.
Non pensavo avesse ancora quell’effetto.

Smetterà prima o poi, di apparire, non appena ascolto Vecchioni cantare,  la stanza dell’Hotel Marta, in penombra, tu accanto, che sorridi, mi racconti delle cose sciocche e leggere, come se fossimo bambini, mi abbracci, mi hai appena detto che mi ami e io ti ho detto che è il giorno più bello della mia vita. Ce l’ho sul telefonino la canzone e la metto, ne abbiamo parlato solo per telefono e via mail, e tu mi hai inviato l’mp3.  L’ascoltiamo, io mi commuovo anche tu. Mi sorridi. Ti faccio ripetere che mi ami, lo dici, guardandomi negli occhi e io immagino perfettamente il ragazzo che eri quando studiavi ingegneria a Firenze, è come se ti vedessi. Bevi un po’ d’acqua e ti stacchi da me ma ti percepisco così nitidamente, così presente. Quella giornata.

Smetterà di avere una tale nitidezza?

 Sei rimasto. In quelle note, in quelle parole.  Le ascolto e diventano puro desiderio, fanno risorgere il passato,sono una danza del tempo e contro il tempo; anche se tante cose sono cambiate, anche se continuo a venire, nella città che temevo di perdere, forse vengo anche più spesso,  anche se mi sono lentamente rimessa in piedi,dopo una mancanza che non immaginavo tale, dopo un sentimento che non mi ritenevo capace di provare, dopo una sensazione di essere monca, amputata, un campione senza valore, anche se ho curato quel dolore atroce dell’ultima “assenza”, dell’ultimo “non venire”, perché sono successe cose nuove nella mia vita. Difficili, alcune. Belle, dolci da pensare, altre. Molto.
La sofferenza ha avvilito il mio viso e il mio corpo, lo sto rimettendo in piedi.

Sto ritrovando il gusto di rendermi bella, senza che sia solo per te.

Avevo pensato, creduto, deciso, che non ne valesse davvero più la pena. Che se non era per leggere nei tuoi occhi il desiderio, potessi tralasciare.

E invece. Sono stampelle. Sono fatte di alimentazione sana, passeggiate, crema idratante, cure per i capelli, manicure eseguita con attenzione.

Mi guardo. Non posso dire di piacermi come allora. Come in quel periodo in cui il mio corpo e il mio viso generavano il tuo desiderio e il tuo bisogno, però mi rivolgo un sorriso indulgente, so che va bene così.

 PASSATO. FLASHBACK

  desiderosamente flashback Corrispondenza

 da Andrea

a Francesca

 Francesca

Io vorrei farti una domanda, che si può rispondere con un numero.

Una domanda a risposta chiusa, per cosi’ dire.

Posso fartela? Mi prometti di rispondere sinceramente senza «se» o «ma» o «pero’»?

Solo la verità

Ti prometto di risponderti alla stessa domanda (per me la risposta e’ molto semplice).

Andrea

 da Francesca

Ti darò la risposta più semplice, diretta breve e sincera che posso. Francesca

 Andrea

a Francesca

 Con quanti uomini hai fatto l’amore dal 30 di Marzo fino ad oggi? ( cinque mesi prima)

 Io ti rispondo alla stessa domanda “Con quante donne…”

Mia risposta:

Zero.

 Da Francesca

Zero

( le due ultime mail arrivano sovrapposte)

 Una specie di prologo a un ritorno, così ho inteso questo scambio di mail che sono state il preludio del nostro rivederci programmato ma nato storto, un progetto sognato e vero ma in realtà un aborto contorto, sbagliato, privo di tempismo, di conti chiusi ( o tralasciati) col passato. Privo di leggerezza, privo  di quel saper consentire il fluire, perdonare l’errore, capire senza ripensare. E dire. Poteva essere la rinascita, quella purezza che vedevo sempre in te, nonostante le difficoltà di comunicazione ( solo il contorno era complicato, mai il resto, mai il tuo offrimi la magnifica eccitazione per nutrirmi di quello che cercavo,il tuo sesso come un cure. Il tuo sesso e il suo pulsare )

Quel carnivoro volersi, quel potere dire “Ci guardiamo. In questo desiderio ci vediamo. Io ti vedo”

Urgenza.

Lui.

Lui che mi scriveva, dopo la sospensione.

Lo voglio ancora come il primo giorno. Lo voglio subito, ora, adesso (questo penso, questa febbre mi avvolge tutta. E’ sempre con me. E’ la mia compulsione)

Ogni camera d’albergo è abitata dalla sua ombra.
Non devo più viaggiare. Devo viaggiare sempre, devo sentirlo dentro, devo dimenticarlo, devo toccarlo, devo inseguirlo, devo sognare di deglutirlo, il mio amante, anche lui. Che va in una certa direzione, che si lancia in una ipotesi di condivisione ( fisica, fisica, anime di carne, ventricolo destro a disposizione, voglia delle mani sul collo, prendimi)

Quei messaggi. Quei messaggi erano promesse?ero stata con altri, di altri. Ero stata obbligata a mentirti. Non potevo raccontarti dell’assessore loquace, così presuntuoso e bigotto, non ne valeva la pena, era stato un incontro talmente deludente, talmente arido di ricordi. L’assessore era stato un diletto nemmeno troppo dilettevole, un niente, un paragone da cui uscivi non solo vincente, ma principe di sensualità e bellezza, e lo sapevo, e forse lo volevo.  Un giovane che funzionava nel sesso telefonico, e nemmeno sempre.  (Mi era rimasta impressa la

magrezza, la presunzione e quel piacere che viveva come una rivincita sulla donna perduta  che io ero e  che dovevo apparirgli nitida in tutta quella abbondanza che si era trovato davanti, carnale dissolutezza tutta da prendere, ma con bigotta noncuranza, nemmeno da nominare, uno zero all’unisono andava bene.).

foto 2 Il pulsare dei nostri corpi era stato un fantasma presente in ogni istante.

Sei un uomo e non l’avresti capito.

Ma si delineava come qualcosa su cui un romanzo poteva trovare spazi e un fine.

Mi hai ripreso sul limitare del bosco quando era troppo tardi o troppo presto per consentirmi di

mantenere viva la fantasia- rituale che ci aveva visto danzare la perdizione ,

 …spesso, quando sono sdraiata sulla schiena e loro dentro di me, striscio trascinandoli con me

fino a quando mi ritrovo con il collo sul bordo del letto, poi lascio penzolare la testa nel vuoto

mentre loro mi sbattono..” Alina Reyes

 Con te bastavano le mani e quella perdizione l’avevo cercata, ma l’assessore loquace non volevo

spaventarlo troppo, già bastava quel poco che ero riuscita a fare

Ecco, Quindi si delineava un piano inclinato di ricordi ( il tuo sesso, le sue sottili nervature, la sua forma appena inclinata, venerazione totale) Nessuno può negarlo. Arrivarono altre mail e puntuali

le mie risposte, va detto, non ti facevo mai aspettare troppo. Era quello che si chiama “pregustare”

E’ una cosa che va bene, se non portata a tirare troppo una corda che può spezzarsi.

Quindi era un rendez- vous il nostro.

Assai preciso, scivolato nella comunicazione di contabilità sessuale di vario tipo.

Dovevo dirti ma che te ne frega. Dovevo, si. Raccogliere il residuo della mia dignità carnale, la stessa che, la prima sera, mi aveva

portato ad esibirmi in quel pompino epocale sulla  Promenade, all’aperto sfidando le luci della città che si esibiva sotto di noi nella sua magnificenza ovattata e per bene, in quel suo splendido ed implacabile esistere. In quell’istante come  la quinta di un teatro dell’opera.

Quel pompino dello stupore.

Era stata dignità carnale quella, plasmata per te. Alta magia. foto 3

Un’opera d’arte d’amore, sdraiati storti su una panchina umida.

Ti avevo assorbito e degustato.

Ti eri lasciato fare.

Mi avevi accarezzato e appena tirato i capelli.

Avevi assorbito e degustato la mia  audacia  nel scegliere quella posizione, così ferocemente sottomessa in apparenza, con te appena conosciuto e già nella mia bocca, roba da meretrici esperte,  c’era davvero da ammirare lo charme snob con cui eseguivo avida e golosa.

Lo ero, avida e golosa.

E’ l’anoressia carnale che mi spaventa, mi incide dentro un sacro terrore. Il terrore può essere sacro, anche il piacere che sa di coraggio, di strada, di saliva mischiata, di bisogno aperto, dentro,

a voragine. Questo è sacro.

C’era stato fra noi un inizio sacro e una interruzione da corona di spine.

(la blasfemia è solo apparente, nei riti erotici c’è mistica come in una messa, si tratta di decidere quale rito, e scegliere, se si mangia il corpo di cristo o si morde e lecca quello di un amante, resta la stessa cosa, una forma di illusione).

Si trattava di attendere. L’appuntamento aveva un giorno, un’ora e una forma

Era come da bambina quando modellavo il pongo e finiva per avere una forma fallica. Ridevo di gusto e lo rifacevo. Mi sembrava che tutta la casa ridesse con me di fronte a quel pene imperfetto,

rosso, o verde palude che avevo modellato ( la cosa proibita) Anche il nostro giorno era così?

Era “la cosa proibita?”

Simbiosi del mio sesso goloso con le dita, ogni notte attendendo, le provavo tutte, tutte dentro, come avevi fatto tu, tante volte.

Non avevo visto l’atto per via delle bende e avevi promesso di comprarmi una benda più adatta di

raso o di pizzo nero attraverso la quale vederci appena, almeno quelle tue dita dentro, feroce e furiose, capaci poi di raccogliere il mio sapore.

Me le porgevi. Le gradivo Mi invitavi all’offerta di parte del mio corpo che era molto meglio del “corpodicristo”

Lo sapevi, lo dicevi, meglio, lo sussurravi. Anche se ateo qualche remora ti restava, era una forma di riservo garbato.

Ma nel sesso il garbo non vale una moneta con il buco in mezzo.

Anche questo sapevi.

Altre mail

Le foto. Foto, foto, foto. foto 4

Le riguardo

Le sento.

Il tuo desiderio rappresentato. Statue contemporanee di piacere. Feticci squallidi, dice chi NON sa.

Il movimento ripetitivo di certe gif.

Eccitavano te e me. Mi masturbavo davanti, lo facevi anche tu, atto maestosamente contemporaneo farlo davanti a un tumblr, degno di Wharol, vicino a un ready made duchampiano. Masturbazione in solitaria davanti a gif di donna sottomessa.

Le guardo di notte sapendo che tu l’hai fatto e di sicuro lo fai ancora, magari lo stai facendo.

Una dietro l’altra.

I tuoi movimenti, le tue pretese.

Sottostare a ogni richiesta. E’ come essere con te, e  può sembrare triste ma ha una sua perfezione, come sensazione. Come eccitazione “sola ma non del tutto.”

Seguivo quel percorso artistico con l’eccitazione di chi scopre una nuova collezione,  facevo una x su ogni giorno.

Ogni giorno di supplizio, quel prolungare, il respiro corto, il preparare. Ansia. Tumulto dei sensi.(attenderti, attendere quell’appuntamento dopo la sospensione- punizione che TU avevi deciso)

Ogni giorno trascorso più in fretta, ogni giorno trascorso mangiava i confini del tempo dell’attesa. Accelerava.

Perle, perle di luce tutt’attorno al mio collo, voglio che tu mi strozzi. La mano che scrive è la

stessa che masturba, io ti scrivo, qui nel mio letto aspettando la notte del mezzo della nostra

vita…Alina Reyes

( le parole della Reyes, come l’eco della mia voce interiore)

 Zero, zero donne, zero amanti. Ti aveva segnato l’assenza?

Ti aveva marchiato la mia voglia, il mio incontenibile desiderio, venuto a mancare, sparito per quel tuo incomprensibile volere?

A me aveva dilaniato il cuore. E le viscere. Il dolore più grande.

Ero cambiata, piena di rabbia, furore erotico e furore di parole

Donna di carne e carnivora.

Entrambe, unite e disunite, a seconda delle giornate, a seconda del colore del cielo, dell’insofferenza domata o lasciata sciolta, senza limiti o steccati.

Donna di bisogno, il bisogno di te e di quella tua bellezza che mi toccava dentro come un inchino ( ed era un falso piano ma accadeva)

C’erano dei perché da domandarti ma non sarebbero arrivati, sapevo cosa fare, ti avrei offerto la mia bocca.

Dovevi sputarci dentro la saliva che mi era mancata. Dovevi prenderla a schiaffi declinando l’entità del tuo amore a ogni mio gemito.

C’erano delle circostanze che non avevo capito, quel periodo crudelmente silenzioso, avevo reso altare quell’assordante niente insieme al mio dolore

Qualcosa, dentro, desiderava essere riempito, tanto non sarebbe mai bastato, era meglio volere un pieno, o un quasi pieno .

(Sempre l’ho desiderato, sempre ti desidero, sempre, anche adesso, anche ieri, anche domani, così sarà per quanto mi sarà dato restare in vita)

Anche per te è lo stesso, lo sai, lo so. Ma avevi accettato la distanza, avevi “fatto a meno” di quel fasto sontuoso che era il trovarci senza saperci attendere nella decenza.

Saper modulare una tale distanza era stata la ferita senza rimedio.

L’assenza di rimedi era palpabile.

Avevo faticato, nuotato, cercato negli elementi un modo per lenire quel NO  non adesso non ora che avevo sentito rifiuto, avevo cercato di perdermi nell’altro, nel resto, nel dissimile.

Ci avevo messo impegno. Oblio cercato, la più grande offesa alla memoria dell’amore di carne e purezza che nutrivo, che nutro, fatto di frattempi e del per sempre che l’assenza cristallizza.

Le mie grandi labbra si facevano teatro, ma nella testa e nei polpastrelli rimaneva il timore.

Deridevo gli istanti, danneggiavo stipiti, cadevo dalle sedie.

Non prestavo attenzione. Ero già in viaggio.

Temperavi nervosamente matite

Eri già in viaggio. Dentro di me. Io così immaginavo.

Arrivavo persino a sentirti. Dannatamente vicino. A letto con me, la mia bocca incollata tutta la notte al tuo sesso.

L’avevamo fatto spesso, nel mio sognarti accadeva con un’evidenza carnale devastante.

Mi assaliva il furore verso lo spazio, ancora verso l’assenza. Avrei voluto piegare la realtà. Sono sempre stata una perdente. E’ l’attitudine dei perdenti, con qualche variante, ma troppe distonie. Non c’è certezza.

 Il tornare annunciato. Chissà che tipo di spartito poteva essere? Che spartito avrebbero suonato le nostre bocche e i nostri sessi, le nostre mani e i tuoi morsi? Mi piaceva avere cambiato la

stanza, una doppia uso singola è qualcosa che nasce monco e straziato. Meglio una singola con bagno in comune. Meglio qualsiasi tana, anche una cuccia. La doppia uso singola porta con se una fatalità drammatica, è pensata per due corpi, due

incontri, due sospiri vicini e si riduce a una solitudine larga. A un essere monchi con abbondante spazio per manovre inutili.

Un ampio e comodo rimanere nell’assolo.

Ormai a Zurigo hanno cominciato a proporre quasi esclusivamente doppie uso singole

e, appena arrivata, già immaginavo. La fantasia corre, scalpita, esplora.

Immaginavo la nostra condivisione, forse una notte insieme. Forse te ne saresti andato ad un certo punto, inventando le solite scuse da funambolo, le acrobazie da traditore,  ma andava bene comunque. Così mi dicevo.

Non era mai andato bene sentirti andare via, vederti andare. Mi dicevo balle senza senso in quel prima, ma volevo nutrire l’autoconvinzione. Mi

raccontavo illusioni, ti volevo dentro di me in ogni istante, mi mancava il tuo odore come a un drogato la sua dose. Però sapevo di dover accettare, era un “o così o niente”, e so sempre che niente è solo la cessazione di quel desiderio, l’oscenità dell’oblio, l’accettazione dell’impermanenza.

Mi dicevo che era meglio di niente, meno che niente, meglio un averti parziale e l’uscita di sicurezza dalla “doppia uso singola “ e dalla sua deprimente e terribile evidenza.

Zero, zero, zero. Me l’avevi detto, ribadito.

Nessuna donna in sei mesi. Non sapevo se crederci o meno ma il pensiero mi eccitava, mi pareva di avere esercitato un dominio nel ricordo. Lo tenevo stretto e preparavo il viaggio.

Arrivai in hotel in anticipo, volevo vederti arrivare, tu, la tua figura elegante, quella carica di

assurda sospensione del tempo usuale che è sempre stato lo stare insieme

Eccitata, sconcertata, depilata, elettrica, viva. (mi hai fatto rinascere e poi ucciso, poi riportato in vita, e per questo tu sei sulla mia pelle e sui miei seni, dentro alla bocca e sul mio viso, per sempre,  senza pari o paragoni.

Salii a vedere la doppia che era diventata uso doppia poi tornai al bar ad ordinare un negroni.

Mi strappava le viscere il desiderio di te. In treno sembravo uno zombie

“Ben arrivata, ben tornata” Mi avevi scritto come sms.

Io ti sapevo lontano, eri da tanto tempo lontano.

Tremavo. Sussulti senza soluzione. Potevi arrivare a qualsiasi ora, un “chissà quando”

Ero spossata dal desiderio, fiato corto, le mani che si preparavano a toccare. Mi sarei confortata, solitaria, piena di voglia, con ritmo elegante, ondeggiante e schiumoso, il solito dito e tu, come fantasia. TI avevo imparato a memoria.

Cosa ricordavo? La tua fretta. Il tuo sentirmi tua. Il mio sentirmi tua, quell’appartenenza sancita da corde legate strette, i rossori.

Ti ricordavo ferito, anche se godevamo entrambi quando ferivi me.

Lo so, io ho il taglio, ne porto il peso e il piacere ma tu portavi ferite simili senza altro sbocco.

Forse tutti gli uomini sono i veri feriti.

Tu lo eri ferito, tu che mi volevi adorna di collane di perle ma non eri entrato per donarmi la più bella?

Non avevi impacchettato quel tuo sperma che io rendevo parola, poesia, epica e musica, quello sperma che spandevi generoso sul mio ventre o sulle labbra- mucose ardenti? Restavi sulla soglia e non sapevi oltrepassare la confluenza perché ti impensieriva la densità delle acque.

A casa (la ritenevo e ancora, a volte, la ritengo casa, casa speciale, casa d’amore, bordello sacro, sacrario osceno, sortilegio d’acqua e malinconia).

Sai che io sono così. Febbricitante, calda e la mia è carne d’amore.

Devi tenerlo sempre presente, dovevi capirlo fin dall’inizio, da quell’inizio carico di splendore.

Abbiamo fatto l’amore penetrandoci l’anima, è attorno alle mie mucose che l’anima è avvolta, attorno ai miei capezzoli, ed erano tuoi, lo sono restati, anche se altre bocche si sono avvicinate in tremante e devota attenzione.(non è mai stato come con te, ma nell’assenza vincerai sempre,

non giochi alla pari)

 Avevamo a lungo spasimato e schizzato e riempito ( e stretto). Questo era il nostro passato, mi aveva sconvolto e stordito, ci avevo pensato chiudendo gli occhi di giorno, e restando insonne ogni volta che scendeva l’oscurità di velluto.

Quella premessa dello zero era come il più prezioso ornamento.

Allora mi volevi? Allora, in quella sospensione senza senso, senza perché, senza destinazione e senza altro scopo che rendermi dipendente da te, dal tuo feticcio mancante, avevo trovato il senso, quel brillare di una decisione di dolore insensato, ma quasi una prova.

Avevi da fare fuori dalla città che era ed è anche la mia.

Io non volevo. Volevo lasciarmi prendere e vincere da te.

Non volevo quel vuoto, quel precipizio. Mi opposi.

Non so suonare melodie, ma solo sinfonie di dramma, per poi rendermi ridicola e lasciare che il ridicolo e l’epica che si fa tragedia e poi commedia, diventino il metronomo di una vita mai prevedibile.

Logorante, senza tregua, senza respiro.

Ma non se ne possono prevedere gli esiti.

Considerai, il tuo non dirmi di quel lavoro giunto inaspettato come un insulto al mio passaggio dalla doppia uso singola alla doppia uso doppia

E sapevi che a quell’albergo non potevo rinunciare.

Parlavi della reputazione.

Del decoro.

Di una sobrietà di facciata

Della mia reputazione nelle hotel rooms della città dai due fiumi non ti occupavi?

Imperdonabile.

Salii in solitudine senza avvertire la reception. Avrei pagato supplementi di ogni tipo senza guardare in faccia le solite ragazze gentili, allungando la carta di credito, e pensando a quello

che sarebbe potuto essere. Mi installai. Volevo solo reclusione. Volevo sparire sotto al copriletto di quel piano alto ( città sullo sfondo, la penombra per noi, le tue mani lontane, perché?) Non si devono chiedere, i perché non esistono.

Ci sono le cose. C’è la necessità di esistere uniti, c’è la pelle che brucia d’assenza.

 Arrivasti quando ormai ero perduta. Sonno profondo e giustificazioni acrobatiche, fasulle, non le volevo neanche sentire, ti feci cenno di tacere.

Tastai il tuo corpo per sentirti vero.

Tastai il tuo corpo con mani e dita che si risvegliarono adagio, e trovarono la consueta follia d’amore, il bisogno di riempirmi di te. Continuavi a baciarmi.

La tua bocca non si staccò dal mio sesso per ore, sapevi farlo, lo volevi, lo volevo.

Non lo consentivo mai. La conoscevi, l’entità del privilegio?

La potevi valutare, soppesare fra le tue mani che mi esploravano le viscere prima di

imbavagliarmi?

Avevo paura.

Avevo avuto paura. Della perdita, del tuo torace accostato al mio orecchio per sentire il cuore, per capire che da essere umano, di carne e sesso turgido e occhibelli, a essere umano di forme abbondanti, capelli neri ed enfasi di narrato e di passione, si poteva sintonizzare il battito, renderlo uno. Si, era possibile.

Logora, devastata, penetrata fino al mattino, indebolita, con i segni di corde e di offertori blasfemi, sintonizzammo i battiti rinunciando all’escissione.

Tu andasti via. E l’escissione fu la mia piccola morte, la mia perdita di senso, di nuovo, in quel “ senza “ che avrei dovuto abitare.

E stiamo sempre lontani in questa assenza, di rifiuti- non parole- distanze che cristallizzano….e sara’ sempre con amore, e sarà sempre amore, amore sempre.

 

 

 

 


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Desiderosamente

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