Foto tre desiderosamente

Dopo la deriva #1

Di Francesca Mazzucato

 “E’ la tragedia di amare,
non si può amare niente più di quello che ci manca.”

Jonathan Safran Foer

C’è sempre qualcosa d’assente che mi tormenta”.
Camille Claudel, scultrice.

Solo la notte è tregua.

Sono sopravvissuta, Andrea.

Non sono morta dopo averti perduto.
Sarebbe stato bello morire lì, fra due fiumi, un lago e così tanto amore, sparso, rincorso, sbiadito.

Non volevo un finale aperto ( lei resiste)

Non volevo un lieto fine ( non lo è, non c’è nulla di lieto)

Foto uno desiderosamente Le mie labbra orfane delle tue. Basta questo, è stato  già un enorme  morire, non poteva esserci qualcosa  di peggio, non potevo nemmeno immaginare una forma diversa di cessazione.

Invece, è andata diversamente. (e lo volevamo un amore con un avvenire). Come sembra banale, adesso, da pensare, da scrivere, da dire. Eppure.

Qualcosa muore ogni giorno, accade, è un allontanarsi, un andare via anche del ricordo, qualcosa di inesorabile e furente, di cui sapevo l’ingiustizia, ma non nei dettagli, a grandi linee.

Non te la dice nessuno.

Nessuno vorrebbe più avvicinarsi a un corpo.

Rischiare, amare, blandire il tempo e l’impossibilità, provarci.

Perché?

Va bene non sapere. Chi lo sa, poi, è scheggiato per sempre. Amerà ancora, desidererà ancora, ma in minore, come un sussurro.
Non quel grido, il nostro. ( questo è stato, un grido, bisogni, strati, rammarichi, riconoscimenti, simbiosi, masochismo)

 Sono sopravvissuta  dopo quell’amputazione, quel “senza” giunto come uno schiaffo che si è fatto grumo stabile nucleo solido attorno al quale spesso mi avvolgo, come a cercare riparo, mi aggrappo nei quotidiani naufragi ( pensarti fa  ancora così male che devo incidermi il palmo della mano con una delle penne che tengo sulla mia scrivania)
Manca l’aria, accade spesso, ma non è come quando eri tu a trattenermi il collo e a stringerlo. ( io ti incitavo e tu godevi, durante, quello poteva essere il paradiso  se ci fosse stato dio, o qualcuno di quelli che raccontano che qualcosa dura, che qualcosa rimane, quelli che declinano la bugia della speranza che non c’è)

Respiro forte e passa.

Ho  cercato di trattenermi dalla caduta definitiva, annaspando senza grazia, con una fatica immane.

Ogni giorno lo faccio, non scivolo rasoterra (quasi mai)

Ogni giorno è una fatica, ogni giorno mi sento sul ciglio di qualcosa, basta un niente per cadere, basta uno sgambetto per scivolare e tornare a quel sangue.

Ma. Quel sangue. Con te. Era diverso.

Questo  è un sangue anemico. Un sangue sbagliato. Finto.

Che donna può rimanere, dopo quello che abbiamo vissuto?
Solo la notte mi concede una tregua.

Tutto ha cambiato colore, ho smesso di interessarmi alle cose.

Fingo, mi riesce, e se non riesce me ne frego.

Si tratta di prendere o lasciare e chi lascia  se ne può andare

C è stata una trasfigurazione, qualcosa di me è andato lontano.

Mi rintano per ore e giorni negli interni protetti, se non sono in viaggio mi rinchiudo, scrivo, rispetto scadenze, evito la gente. Giorni senza niente, come se mi avessero levato gli organi vitali per trapiantarli a qualcuno.

Poi mi rimetto in viaggio, ed è sempre la stessa indicibile fatica.

Foto due desiderosamente Non riesco più a curarmi come vorrei.
Dimentico l’olio di mandorle, la manicure.

I capelli, sei mesi fa li ha tagliati  troppo e male il mio parrucchiere, ti parlavo spesso di lui, Vic, gli volevo bene.

È stato avventato,  io mi sono distratta e ho sbagliato, coi capelli troppo corti non mi riconoscevo, ero davvero svanita, e poi, pensavo, troppo corti, non ti sarebbero piaciuti, amavi intrecciare le dita nelle ciocche, scostarmeli dal viso. ( non li avresti mai visti, non aveva importanza)

Adesso stanno crescendo. Adesso sono quasi giusti.

Vado da un parrucchiere cinese.

Quando sono lì leggo molto, ho finito un magnifico romanzo che, in fondo,  racconta simili perdite, simili straniamenti, simili disagi.

L’ultima volta, mi ha dato sollievo. Avevo l’ebook reader, lo sfioravo appena, mi immergevo in un’altra storia d’amore, contemporanea, dolente  e lasciavo che Timmy -capelli-arancioni rimediasse a quello che aveva fatto il mio amico Vic, a cui ho voluto bene, come dicevo a te che ho amato ( e nella mia vita non ci siete più, nessuno dei due)

Ogni permanenza è un illusione.

Anche quella di un parrucchiere,  Timmy non fomenta illusioni di permanenza, scivola via come un’anguilla.

 Per non pensarti,  faccio ogni giorno tante cose.
Sms, abuso di Twitter, e letture normali fino a quel romanzo.

Mi ha fatto compagnia, non volevo finirlo, almeno quello doveva e poteva durare,  e da Timmy l’ultima volta, volevo restare,  non andare via  da quel luogo surreale, dove si chiedono  e si danno poche cose molto chiare,  dove tutto costa niente, basta non desiderare dialoghi,  permanenza, umanità o quel chiacchiericcio continuo a cui siamo abituati.

Non riesco più a darmi piacere, Andrea, a te capitava, in mia  assenza, e mi raccontavi tutto, entravi in dettagli, era la nostra meravigliosa oscenità,  una condivisione intima e preziosa.
Pensarti, anche a distanza, mi provocava un istantaneo senso di vertigine, un’onda.

Ogni tanto mi accarezzo timidamente, ma poi desisto.

Nessun piacere, poche fantasie.
No, non sono fedele.

Non ho smesso di cercare qualche letto provvisorio, qualche momento di calore rubato, afferrato. Non sarò mai fedele, ma la mia infedeltà è priva di quell’eroismo impavido che le riconoscevo, che mostrava, con orgoglio, quando stavamo insieme

Ho iniziato una storia, con momenti di intimità,  con momenti di sesso “da quella via che ci siamo “nella stessa città dove ti ho visto l’ultima volta un anno e 23 giorni fa, nello stesso quartiere.

Nella città dove tu vivi e io no, nella città che io amo moltissimo.

Che mi ha permesso di vivere, nonostante.

Lo volevo, quel sesso senza un perché se non di tipo geografico.
Lo volevo, quel sesso delle notti  estreme, quando la mattina riusciva a cogliere  all’improvviso, a entrare a tradimento dalle persiane socchiuse e ci guardavamo dicendo ma che ora è? ma dai, già le sei.

Se solo la notte è tregua, anche quel sesso, quei baci dovuti, quelle parole, sono state tregua e  chissà, lo saranno ancora.

A volte non mi riconosco. Chi sono?
Sbaglio le frasi, sbaglio le domande, dico quello che non devo, smarrisco e tralascio.

Di tutta l’impotenza che va scritta, che devo radiografare e cercare comunque di  “dire”, con parole che sono spilli, aghi, morsi senza ragione, perché ho solo questo destino, quello della messa – a – nudo,  dell’auto-narrazione, voglio che ci sia traccia qui, dove altre tracce giocheranno a dadi col destino, dove altre si sono fatte grido, dove tante volte ho cercato di dirti in tempo reale, che la perdita e l’azzardo non sono simili, non è uguale.

 Non ho mai capito quell’istante immediatamente prima dell’irrimediabile. Quando comprendi che in quello che hai attorno non c’è davvero niente di opportuno.( eppure vuoi tutto, vuoi  catturare i frattempi come se fossero farfalle e sono quelle che vivono un solo giorno, lo sai, cazzo, e non glielo lasci, proprio no)

( segue)

 Il romanzo citato, letto in gran parte dal parrucchiere cinese e in Langstrasse a Zurigo è “Il peso della Grazia “

di Christian Raimo, Einaudi 2012


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