Bach e la ferocia

Prima della partenza. Autopsia Frammento.

di Francesca Mazzucato

Andrea

negli esterni mi manca il respiro e negli interni ancora ti cerco, mi immagino la pelle che si scioglie mentre tu ti allontani, ci provo e riafferro, ricucio pezzi di braccia e di gambe, rammendo lembi malamente pendenti . (eppure erano perfetti da ferire, se eri tu a farlo)
Ho il rossetto sbavato, la madreperla non mi consola, bacio l’anello d’ambra per sentirmi meno sola ( domani parto). E lo sono meno sola, c’è qualcosa che mi accompagna, c’è una potente, conturbante partitura, ancora da scoprire.

Ancora tutta da sentire, da lasciar scivolare addosso, da far diventare brivido di note, velluto, tulipano, perversione oppure un sogno d’amore che non sia malsano. C’è. Una partitura che appare brillante, come le giornate a Zurigo faticano ad essere, una partitura di labbra da preparare, di baci d’anticipare, di gemiti da aspettare, una danza leggera, un notturno, qualcosa che Chopin avrebbe gradito.

copia C’è. Anche tu ci sei, mi fa male ripensarti eppure vorrei di nuovo, ancora e ancora supplicarti. Di cosa? Perché?

Si tratta di un romanticismo capovolto? Di un malessere? Non so, ma, ti prego continua a venire a trovarmi dove sai, sull’unico social network che condividiamo,  vienici tutti i giorni, vienici ogni volta che puoi, passa anche due volte, magari tre,  lo sai che lo posso vedere, che posso andarci e capire che sei  passato,  che quelle parole fredde come la luce di un obitorio scambiate agli albori di un duemilatredici che immaginavo lontano, qualcosa di più hanno voluto dire, che non quel monocorde adattarsi, quel niente evanescente e un po’ crudele,  vieni, passaci, tornaci, restaci, io lo saprò, me lo farò bastare.
Lo penso ricordandomi consapevolmente violentata nelle nostre alcove in penombra dove gli specchi erano amici dei nostri corpi sudati e del mio segnato da strade di lividi e percorsi di bruciature.
E in più, sul collo, quel mio pregarti di stringere e quel tuo volerlo fare, e quel gemere, lo ricordo, quel gemere così disperatamente meraviglioso, sembrava davvero una messa, una funzione protestante, la celebrazione di una Zurigo sacra e perversa, straripante.

Non volevo chiedertelo, vorrei lasciar cadere ogni ricordo, lasciare che restino  briciole insensate che non conducono da nessuna parte, coriandoli di nessun natale, parti di pelle piagata, pustole, rimasugli, carezze morte nell’assenza, nella rincorsa, parole-puttana, dichiarazioni d’amore durate un sospiro e un mattino,  ma hai ustionato i miei sensi e la mia memoria, hai lasciato ferite che non vanno, hai lasciato grumi di sangue che non si rapprendono, forse andranno via, questa volta, al ritorno, forse sarò libera, o forse no, e quell’ombra resterà nonostante cose da approfondire, nonostante lancinanti desideri nuovi, ipotesi d’amore, o comuque destini.

Intanto ti vedo sul network e piango

Per un ora piango immobile davanti allo schermo e accarezzo quel segno senza vita, ormai morto.

È un vendermi e svendermi continuo, logorante, totale.

L’eccesso di una donna che torna bambina, che torna corpo -violentato, corpo- accerchiato, corpo -lenito ( con te è accaduto) corpo rimasto solo, a vomitare la speranza, rannicchiato come un feto destinato a un aborto veloce e immediato.

Significa, qualcosa di tossico, cupo  cannibale  ma me lo voglio tenere, quel male,che mi tramandi, passando, quel male che mi invade, pensandoti. Insisto, lo afferro, lo strappo.

Sei questo, una seconda pelle, sei  un pulviscolo. Persistente, insistente.
E io.

rosa Ho bisogno che tu ci sia, ci devi essere, non devi lasciarmi cadere del tutto, rimbalzare lontano, non puoi e non posso perché  in qualche angolo della mia mente ti sovrapponi a quella città che amo [un amore temerario, una lama, un sentimento di follia], Zurigo che è mia, che amo perché è una sfida, un ricordo, un dolore, grida d’orgasmo, di paura e piacere, quel brusio consueto, quelle corse sudate, Zurigo è quei grigi che colpiscono all’arrivo, che mutano, che si sciolgono in pioggia , che si addensano in brividi e ghiaccio,  tu con violenza torni ad essere la città, le somigli, la incarni, la porti, la rappresenti, ogni tanto penso di non poterla staccare dall’immagine dei tuoi occhi-pietra preziosa, dei nostri momenti, del tuo godere-bambino, da quel piacere di camminare lungo il fiume, di ritrovare tracce, di scrivere appunti disordinati, sui luoghi, sui panorami, sulle visioni, rintanata in quel bar dove è sempre natale, quel bar che non chiude, nessuno va a dormire.

Ci sarà  altro, lo so. Ma io sfilo davanti alla mia maestria, alla mia capacità superba di plasmare l’infelicità perpetua e il lutto carnale,  lo scrivo quel lutto, lo metto in parole, anche se cercherò di lasciarmi andare, allargare la bocca e le gambe per qualsiasi altra ipotesi d’amore, per qualsiasi possibile nuovo dolore, lo farò, lo sai, e anche tu lo farai. A Zurigo,scriverò il saggio , camminerò,mi lascerò, rimorchiare, resterò semplicemente, senza troppo da fare per giorni lunghi che potranno essere ipotesi di  azzardato calore, tu mi hai detto che sei lontano e io ne sono felice e disperata insieme, come sarei stata se ci fossimo visti, come sarei stata in ogni modo. Felice e  disperata. Sanguinante, inquieta, non ero sempre così? A volte pallida, a volte sul punto di svenire.  A volte a Niederdorf a cercare un profumo di rosa e di  ambra per stordirmi. Lo farò ancora. Voglio tornare al Terrasse sai? Ripercorrere il cammino delle carezze necessarie, vedere se ce ne sono altre rimaste, se le svendono,  se ci sono altre bocche che si sono divorate di desiderio all’uscita da quel locale troppo grande e troppo rumoroso sul lago, voglio vedere se i frantumi di quella notte ancora brillano di quel blu che ricordo, di quel colore del fiume e del lago che a quella città mi ha legato, come manette, come corde, come una follia con l’invisibilità perfetta dei fiori cattivi che diventano cannibali all’occorrenza.

Voglio ripercorrere lo spazio, per sentire la violenza del tempo.

E conoscere nuove promesse, tanto è sempre una ricerca carnale anche se si tratta di una felicità parziale, di una tregua all’assedio, di una rosa stavolta gialla, e non bianca, non macabra come al solito, o persino rossa.
Pensare di meritarla rossa, è solo un fatto cromatico, e un piccolo cruciale passaggio. Una rosa di sangue. La voglio.

Ma aspetta, no lo svizzero n credere, saprai.

Ti scriverò, in tempo reale, qui mi leggi  e io ti farò sapere.

Sono i messaggi in bottiglia, così dolci e tremendi da inviare. Sono l’autopsia che mi sento condannata a fare, per chi, o perché non è una risposta che mi devo dare [Beckett non si pose la domanda, Gina Pane nemmeno] L’autopsia del mio seno tormentato, del mio seno che vorrebbe la tua mano come si desidera un’incisione, l’autopsia della mia volontà di perdita,  di malizia, di derisione, di abbandono, di caduta e di rincorsa. Di nuovi amori e di rivalsa.

Ti farò sapere quanto e come potrà far male.

Quello che è accaduto è stato a lungo raccontato. La prima parte in questo libro, che è uscito da un mese in formato eBook Lo Svizzero. Ispirato a una storia vera. Giraldi editore, 2011 edizione cartacea, dicembre  2012 edizione digitale.

 

 

In una galassia di altri racconti e libri, qui, in questo spazio fra i frammenti  e nel recentissimo

questo perdersi questa cadutaQuesto perdermi questa caduta , 2013, Errant Editions

il mio primo lavoro 2013 insieme a questi frammenti.

Da Zurigo ci sarò, anche in “temporeale”. In questa radiografia del passato, in questa attesa della musica del presente, in qualche istantanea fulminante.

Perché solo questo può e potrà accadere. Fulminarmi, fulminare.

Tu intanto continua, ti prego non mancare

Passa sul network, fammi capire che in quel modo puoi e riesci ad esserci, a pensarmi, a farmi ancora del male, a benedire le lacrime non calibrate che potrò ancora versare nelle strade che non sono state bagnate, nelle strade che mancano, al computo del dolore, alla raccolta claudicante dei frammenti d’amore.

 



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