E poi dovettero parlare. Chiedere una stanza, lasciare un nome, presentare la carta di credito farsi dare il codice, la chiave, era inevitabile in quella hall dalla moquette morbida, mazzi di fiori sbocciati,vecchie riviste, dépliant delle Galeries Lafayette, orari dei bateaux-mouches, e il desiderio a un tratto fu una convenzione, un passaggio obbligato, chiamare l’ascensore e dimenticare il mistero dimenticare il saluto della cameriera, dimenticare la sua risatina perché l’aveva riconosciuto, e salire senza parlarsi, quanto più possibile lontani l’uno dall’altra nel minuscolo ascensore, non sembrare a disagio, non sembrare impazienti, non leggere fin d’ora la delusione negli occhi dell’altro, l’eterno ripetersi di una situazione consueta, lo stereotipo per antonomasia, la voglia di andarsene, di concludere, e tuttavia quella leggera stretta allo stomaco, quella speranza

Da “La pioggia non spegne il desiderio” di Véronique Olmi

Il desiderio, qualcosa che sfugge alle definizioni, che gioca alle tre carte con le parole e vince sempre, che tira fuori dal cappello un gabbiano al posto di una colomba, sbaraglia le difese, le offese, i ricordi, i rimorsi, le fitte di dolore antico, il piacere pregustato.
Provare.
A scrivere qualcosa, a mescolare suggestioni, sul desiderio, sul suo “indicibile”, insieme alla sua “indecenza”. Parole chiave, spesso.
Che torneranno.
Parole, in ogni caso.
A volte deboli, altrimenti potentissime.
Si creano o si trovano, si noleggiano.
Ci nutriamo di parole in comodato d’uso, lasciamo che le scritture di altri ( o la musica, o le arti) possano seminare in noi e ci rendiamo fecondi alla semina. Oggi  ho  usato le “parole in prestito” di questa scrittrice, Véronique Olmi che ha narrato una sospensione silenziosa, un incontro di sconosciuti, un passaggio, un provvisorio ritorno a casa dei corpi, per provare a dire cos’è.
C’è sempre di mezzo un paesaggio. Un luogo che si fa  complice, sceneggiatura, scenografia, tatuaggio, visione, ipnosi ( Siamo paesaggi interiori che proiettiamo e ci muoviamo in paesaggi esterni, che diventano parte di noi, quasi carnale)
Cos’è il desiderio.
La causa della sofferenza, spesso.
Una sofferenza alla quale siamo attaccati, soffire a causa del desiderio ci mantiene in vita, ci popola i pensieri, e del vuoto che potremmo trovare, sotto, spesso abbiamo una paura antica, che si fa panico.
Possiamo respirare piano, ma il subbuglio arriva.
Allora? Non c’è soluzione?
Solo sentirlo, forse, allenarsi a questo. Lasciarsi andare senza prendere, senza predare. Percepirlo. Sulla pelle, sotto, intorno e accanto, solo guardarlo. Di lontano. Come un fermo-immagine sfocato che all’improvviso si fa velocissima ripresa finale, giusto un barlume, una scia che apparescomareappare e di cui si porta addosso l’impronta, il profumo e il brillare, per sempre o quasi.

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Motel Ultra
Foto Stefano Giacomini. Tutti i diritti riservati.

Foto : Stefano Giacomini www.motelultra.com


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Comment

  1. Francesca Mazzucato 9 aprile 2012 at 22:11 - Reply

    Nel buddhismo si dice che la sofferenza nasce dal desiderio. E’ senza dubbio vero, se ci si identifica troppo. Desiderare, avere “preferenze”, cogliere occasioni in cui il tempo pare fermarsi, e il desiderio si materializza in istanti “parentesi” in momenti delicati, di indulgenza e piacere, è quasi un dovere.
    Senza esagerare con l’afferrarsi, con il “combaciare”: Nel mio caso, come narratrice, facendone un ‘occasione per esplorare l’animo umano. Su facebook un caro amico mi ha scritto
    “tu fai dei veri reportage dei sentimenti e dell’erotismo, parti da quello e allarghi la visione”. Ho apprezzato.
    Sì, Shirra, questo sito è davvero così speciale, fra buongusto, delicatezza seduzione e stimoli che si può decisamente adorare. Grazie, (questi complimenti sono per chi l’ha creato e inventato)
    Torna a trovarmi/ci.

  2. Shirra 9 aprile 2012 at 13:38 - Reply

    Soffrire a causa del desiderio ci mantiene in vita… Oh quante volte l’ho pensato!

    Adoro questo sito. Complimenti vivi.

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