DESIDEROSAMENTE DICEMBRE

Frammenti. Postilla Quello che non siamo.

di Francesca Mazzucato

Divorare le notti di scrittura. Divorare le notti e ascoltare quella canzone perversamente insonne davanti a un foglio bianco da riempire, che cazzo riempiremo noi di musica e di amore, Andrea?
Solchi di niente, insegne di locali da rimorchio o strade in salita, dove baciarsi come abbiamo fatto noi sembrava desse un senso al mondo.
Non sono volate in cielo barche per me e per te,

Solo la terra bagnata delle mie lacrime, i tuoi casini famigliari, la sparizione.

aavatar Ho arrossato le notti pensando alla fine, ho soppesato la parola. Chiamami sempre amore, cantava Vecchioni, tu mi dicevi che mi amavi,  e ascoltavamo quella canzone in loop nel gelo di una stanza di quella maledetta città masticando “macarons” dai colori pastello, è andata così. Poi, abbiamo spezzato. Ho spezzato? Tu e io l’abbiamo fatto.

Era troppo. Ce l’hai un po’ di coraggio per dire che era troppo e lo era anche per te, era un  “ti amo” capace di travolgere il senso, di allontanare, di minacciare la rassicurante stasi in cui ognuno ama galleggiare.

Era troppo.

Io divoro le notti di scrittura, tu mi dici con quel tuo tono di voce da inginocchiatoio che hai passato un brutto duemiladodici.

Io continuo a venire lì a cercare sospiri, colleziono croci e brillanti, cartoline del Novecento, lingerie barocca, fotografie di ponti, tulipani e conchiglie di Marsiglia.

Tu segui, a volte, le mie tracce digitali. Tu ti sei raggomitolato negli interstizi dei miei pensieri e hai abbandonato il tavolo da gioco perché era faticoso star dietro alla bellezza, non splende sempre e ci vogliono occhiali potenti e la voglia di correre il rischio, si scivola, all’occorrenza.

Io volevo che tu mi chiamassi sempre amore, e  sono scivolata su frammenti, su residui dei vetri che mi sono rimasti incisi nella carne viva dove li ho benedetti come una santa profana benedice la sua ostia necessaria, mi sono rimasti sudori, corse senza destinazione e  notti interminabili in locali da stordimento con lampadine dall’inquietante tremolio e gente che può danzare senza sentirsi strozzare il respiro in gola, e poi bere drink azzurri e poi danzare ancora. Lì sono finita.

apost tre Ascolto la canzone, anche di mattina.  La tua voce che temevo di ricordare ora è viva in un timbro duemilatredici e la indosso, a volte, perché farmi male è sempre stato un gioco seducente come un amante


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